04/07/2017

Uguaglianza: il dispotismo dei livellatori

«Uguaglianza». Nel frasario dei «diritti civili» questa è incontestabilmente una delle principali parole-chiave.

Quando nel 2013 il governo socialista capeggiato da François Hollande approvò il mariage pour tous, Flavio Romani (presidente dell’Arcigay) parlò di un «trionfo della giustizia sociale e di coloro che si riconoscono nella democrazia, nella tolleranza e nell’uguaglianza».

Onore ai cugini francesi. Ma adesso sarebbe venuto il turno dell’Italia (vediamo il caso dell’imprenditore di Latina...), affermò con enfasi il presidente di Arcigay, perché «l’uguaglianza non può, e non deve, attendere».

Uguaglianza è sinonimo di libertà?

La prosa dei partigiani dei «diritti civili» è intessuta di riferimenti continui, quasi ossessivi, alla libertà, che sarebbe collegata all’uguaglianza. Ma le cose non stanno affatto così. Uguaglianza non è sinonimo di libertà.

È una lezione che abbiamo appreso dalla leggenda del Grande Inquisitore, il capitolo forse più celebre dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Alcuni hanno visto nella figura dell’inquisitore una critica aperta al cattolicesimo romano. Ma, come ha osservato il dissidente anticomunista Nicolaj Berdjaev, Dostoevskij intendeva mirare più all’egualitarismo di marca umanitaristico-socialista che non al cattolicesimo. È infatti in nome di una uguaglianza livellatrice, l’ideale vagheggiato dai cultori del potere totalitario, che il Grande Inquisitore rimprovera a Cristo d’aver dato libertà agli uomini.

Uguaglianza e dispotismo

A questa seducente illusione, presagio d’una tirannia sfrenata, Dostoevskij si oppose con profetica anticipazione. Quanto una certa nevrosi egualitaria propiziasse la totale uniformità del corpo sociale era perfettamente noto allo scrittore russo.

Dostoevskij aveva intuito, scrive Berdjaev, che «l’uguaglianza è possibile solo col dispotismo. E quando una società tende all’uguaglianza, deve inevitabilmente pervenire al dispotismo. Le tendenze all’uguaglianza, a un’uguale felicità, e un’uguale sazietà, deve condurre alla massima disugaglianza, al predominio tirannico di una minoranza insignificante sopra la maggioranza». (1)

A ben vedere, non si tratta che dell’ennesima variazione sul tema della modernizzazione: il progetto di «fondere i corpi solidi» della società – espressione coniata dagli autori del Manifesto del Partito comunista – allo scopo di dar vita ad un’amministrazione scientifico-razionale della società. È questione di  portare a «fusione» gli antichi corpi sociali, per poi, una volta condotti questi allo «stato liquido», forgiarne di nuovi, più razionalmente gestibili.

Ma ridurre la politica alla «amministrazione delle cose» vuol dire distruggere la politica stessa. Significa dittatura, dispotismo, negazione delle libertà più elementari.

È il senso della critica rivolta a Marx da Max Horheimer, uno dei fondatori della Scuola di Francoforte: «Marx non ha compreso che giustizia e libertà sono concetti dialettici. Più giustizia, meno libertà; più libertà, meno giustizia. Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Meraviglioso! Ma se volete conseguire l’uguaglianza allora dovrete limitare la libertà, e se volete lasciare la libertà agli uomini allora non ci sarà uguaglianza». (2)

Per questa ragione bisogna temere quando la parola «uguaglianza», una volta sfrondata dalla «lingua di legno» dell’ideologia, non prelude che alla «dittatura degli eletti» su un corpo sociale giudicato “arretrato”.

Andreas Hofer


(1) Nicolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, trad. it. Einaudi, Torino 1945, p. 198

(2) Max Horherimer, „Was wir ‘Sinn’ nennen, wird verschwinden“, «Der Spiegel», 05/01/1970.


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