08/08/2022

Testimoni di un massacro: responsabilità e rinascita - 4 di 5 - Judith

Abbiamo raccolto le testimonianze di diversi operatori sanitari che hanno lavorato in strutture dove si pratica l’aborto. Sono testimoni di un orrore che per un certo tempo, per un motivo o per un altro, hanno voluto e potuto ignorare. Sono testimoni del massacro di bambini innocenti, delle profonde ferite che le madri portano per sempre, e dei seri problemi psicologici che devono affrontare anche gli stessi medici e paramedici coinvolti nella crudele pratica. Del resto, è acclarato che la sindrome post abortiva non colpisce solo madri e padri, ma anche altri parenti e altre persone coinvolte nell’aborto: i chirurghi e gli infermieri mostrano spesso gli stessi sintomi dello stress post traumatico (Sspt) che colpisce i soldati reduci dal fronte dove hanno ucciso. Ma i soldati hanno rischiato di essere uccisi a loro volta, mentre gli operatori sanitari hanno procurato (o assistito) la morte di piccoli innocenti.   

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 Judith Feltrow 

Pro choice convinta, ha lavorato come volontaria in una clinica Planned Parenthood a Freemont e poi è stata assunta ad Hayward, in California (nella foto), finché non ha incontrato un certo sidewalk counselor... 

 

«Mi ci sono volute sei settimane di lotta faticosa con me stessa per prepararmi il discorso che sto per fare. Mi sono resa conto che ancora non sono guarita. L'aborto fa male. Lascia cicatrici. Il mio aborto mi ha ferito. Gli aborti a cui ho partecipato mi hanno ferito. 

Prima di convertirmi ero una femminista agguerrita, un membro della sinistra radicale.

Bisogna capire le donne che lavorano per la Planned Parenthood. Donne devote ai diritti delle donne e quindi all'aborto. Devote in modo totale, quasi religioso. La clinica era la nostra chiesa, l'aborto era il sacramento, i bambini erano il sacrificio. Nella clinica eravamo adoratori dei diritti delle donne e della loro libertà riproduttiva. Il nostro credo era: “Non ci sono conseguenze, non c'è peccato. L'aborto libera le donne”. Questa è in realtà una delle più grandi bugie dell'ideologia femminista. 

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Così le donne finiscono per pagare un prezzo molto alto emotivamente, fisicamente e spiritualmente. Ho visto spesso donne ferite dall'aborto. Tuttavia, i miei capi dicevano che chi ha un problema dopo l'aborto, è perché aveva un problema prima dell'aborto. Quindi incolpavo le donne, se stavano male. Come se avere conseguenze emotive post aborto fosse una colpa.

È difficile lavorare in una clinica per aborti per un certo periodo di tempo e continuare a credere che sia una procedura sicura. Anche con i migliori medici, l’aborto comporta infinite complicazioni minori e talvolta “maggiori”.

Ho visto perforare l'utero di una donna e poi mentire sulla gravità della perforazione (una cosa che può rivelarsi fatale). 

Spesso le donne ritornavano con gravi infezioni causate da aborti incompleti,  specialmente quando capitavano con medici giovani in fase di formazione. 

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Una volta ho visto una donna che ha smesso di respirare durante l'aborto. Il medico è uscito dalla stanza nonostante gli dicessi che la paziente non respirava: mi ha lasciato sola con lei. Quando è stato costretto a tornare, non ha nemmeno seguito il protocollo di emergenza per quella situazione. È stato un miracolo che quella donna non sia morta.

È estremamente difficile sopportare di vedere medici mentire e impiegati della clinica nasconderlo. Ho sentito storie orribili di donne trascinate fuori dalle cliniche per morire in auto mentre correvano all'ospedale.

È stato inevitabile che cominciassi a chiedermi se ci stessimo davvero prendendo cura delle donne o se stessimo semplicemente lavorando per un'impresa il cui unico interesse era raggiungere un obiettivo aziendale.

Nonostante quello che appare, quelli che lavorano nelle cliniche hanno sentimenti molto contrastanti sull'aborto. Dicono di sostenere il diritto alla “scelta” delle donne, ma dicono anche che non vogliono vedere le manine e i piedini minuscoli dei bambini abortiti. Non vogliono affrontare le conseguenze delle loro azioni. E se anche si può riuscire a evitare di vedere i corpicini macellati dei bambini, non c'è modo per immunizzarsi dall'odore del sangue che permea la clinica in quei giorni.

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Alla Hayword io ero addetta a “sistemare” i bambini abortiti.  Ho dovuto guardarli. Ho dovuto metterli in scatola. Nessuno voleva fare questo lavoro. Non avrei voluto farlo neanche io, ma non sopportavo di vedere che i piccoli fossero trattati in modo irrispettoso. 

Mi sono, però, messa di fatto di fronte a cosa sia davvero l'aborto: la morte di un minuscolo essere umano

Ho dovuto guardare le manine e i piedini minuscoli. 

Ci sono stati momenti in cui avrei voluto piangere. Per mantenere la mia salute mentale, ho stabilito un rituale personale per il lutto. Ho detto le preghiere per i morti. Ho anche chiamato per nome ogni bambino quando lo mettevo nel contenitore dei rifiuti. E c'erano giorni in cui andavo a casa e pensavo: "Questo non è giusto".

C’erano due tipi di donne che lavoravano lì. 

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Alcune avevano trovato un modo per affrontare il costo emotivo e spirituale del loro lavoro. Altre si erano chiuse emotivamente. Erano morti viventi. Potevi guardarle negli occhi e vedere che erano emotivamente morte, non disponibili per se stesse o per chiunque altro. 

Decisi che non sarei diventata una di loro. Ciò significava che dovevo ammettere a me stessa che la vita iniziava al momento del concepimento e che ciò che facevamo era un omicidio. Questo ha letteralmente aperto la strada alla mia salvezza. Tuttavia, lavorare all'aborto ha lasciato una cicatrice sulla mia anima e pago ancora un caro prezzo: non riesco a vivere in pieno i sentimenti e sono emotivamente distaccata da tutto.

Fortunatamente, Dio ha mandato un attivista pro-vita a  fare il sidewalk couselor fuori dalla clinica un giorno in cui non facevamo aborti. Quest'uomo non mi ha giudicata, non mi ha condannata. È stato amichevole con me. Mi ha detto il suo nome e ha chiesto il mio nome.

Mi ha parlato di quanto freddo avesse davanti alla clinica in pantaloncini corti. Mi ha dato una cassetta di Carol Everett [un’altra ex impiegata di Planned Parenthood che si è convertita e ha cambiato vita, NdR]. Mi ha invitato ad andare in chiesa con lui e quando ho detto di no, mi ha invitato a prendere un caffè con lui. Era sempre amichevole. Mi ha offerto accettazione incondizionata. C'è voluto del tempo. C'è voluta una dedizione enorme e ci è voluta la pazienza di un santo. Ma nel corso di diverse settimane abbiamo sviluppato un'amicizia ed è nata una certa fiducia reciproca. Ha chiesto alle persone della sua comunità di pregare per me e lo hanno fatto.

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Ho visto un amore in quelle persone che non avevo mai visto prima e volevo anche io quell'amore. Dio ha preso un cuore di pietra e ha cominciato a trasformarlo in un cuore di carne.

La Planned Parenthood vorrebbe che i pro-life fossero intimoriti, inibiti, in modo da “non disturbare il personale”. La Planned Parenthood dice bugie, intenta azioni legali, ordini restrittivi, ingiunzioni e ricorre ad ogni mezzo per tenerli lontani dalle cliniche. Lo fanno perché una presenza pro vita è molto efficace. Gli roviniamo gli affari. Gli roviniamo il personale. Il personale della Planned Parenthood è stato istruito a non parlare con i pro life, perché troppo personale ascoltando la verità si è pentito e ha abbandonato.

Nella mission della Planned Parenthood c’è scritto che “crede che tutti gli individui abbiano il diritto fondamentale di gestire la propria fertilità e che l'autodeterminazione riproduttiva debba essere volontaria e privata”; crede che tale autodeterminazione “migliori la qualità della vita, la forza , relazioni familiari e contribuisca alla stabilità della popolazione". Afferma di seguire “i più elevati standard di condotta etica e professionale”. 

E però la maggior parte delle cliniche Planned Parenthood si trova in quartieri economicamente disagiati: continuano la selezione eugenetica pianificata da Margaret Sanger. Che ne siano consci o inconsci, la Planned Parenthood sta uccidendo le minoranze con la benedizione della sinistra liberale. Si tratta di genocidio, dell'uccisione sistematica di gruppi razziali, politici e culturali. Dio non permetterà che questo continui. A noi chiede di impegnarci in tal senso». 

Fonte: Notizie ProVIta & famiglia, gennaio 2022

 

 

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