30/07/2022 di Fabrizio Cannone

Tavistock chiuso. Ecco perché è un passo decisivo per tutelare i bambini di tutto il mondo

La storia non è già scritta e c’è sempre spazio per cambiare le cose e ottenere delle vittorie inattese. Specie se si lotta per la vita, la pace, la promozione della famiglia come nucleo portante della società, l’identità sessuale naturale e il buon senso.

Così la buona notizia per la tutela dei bambini arriva dalla chiusura del Tavistock and Portman NHS Foundation Trust, l’unico centro inglese per il cambio di sesso - pardon di genere - operante in Gran Bretagna, che, come riporta l’Ansa, «cesserà di operare dalla primavera del 2023».

E questo a seguito di un «rapporto uscito di recente» in cui un team di esperti, «guidato dalla dottoressa Hilary Cass, luminare della pediatria inglese», ha fatto emergere varie «denunce e perplessità sul modus operandi del centro». Già a marzo, per la verità, Pro Vita & famiglia, aveva citato un rapporto del Servizio Sanitario inglese in cui si affermava che le attività del Tavistock «non sono un'opzione sicura o fattibile a lungo termine per bambini e giovani».

La commissione presieduta dalla dottoressa Cass avrebbe riscontrato anomalie nella gestione dei casi sottoposti e trattati al centro, perfino riguardo a «giovani autistici». Indotti alla transizione? Inoltre, già nel 2020, come ricordava Monica Ricci Sargentini sul Corriere della sera, «aveva fatto grande clamore il caso di Keira Bell, una giovane ex paziente del Gids che aveva fatto causa al centro per averla avviata alla transizione, a 16 anni, con troppa leggerezza». La ragazza, oggi venticinquenne, ha poi ripreso a fatica la sua originaria femminilità. Ma notava amaramente la Ricci Sargentini, con un corpo «irrimediabilmente mutilato».

Il problema quindi è più di fondo e generale. E non può limitarsi a questo o quel centro medico, in Gran Bretagna o altrove.

Stanno divenendo sempre più frequenti, infatti, gli immani rischi e i palesi danni, fisici e psicologici, riscontrati dai “detransitioners” ossia da coloro che, spesso giovanissimi, dopo un procedimento di cambiamento di sesso, magari preceduto dall’uso di farmaci che inibiscono il normale sviluppo della sessualità, desiderano ritornare alla biologia originaria del loro corpo. Cosa se non impossibile, estremamente difficile e dolorosa.

E non mancano gli appelli accorati di medici, pediatri e specialisti. Ricordiamo fra tutti quello dell’Accademia di Medicina di Parigi, del 28 febbraio 2022, in cui si chiedeva una «grande prudenza medica» in materia di “transidentità” e presunta “disforia di genere”. Anzitutto per i «numerosi effetti indesiderabili» e le 1complicazioni gravi» collegate con l’uso di ormoni e di «certe terapie disponibili». Per non parlare del «carattere irreversibile» delle operazioni chirurgiche di cambio di sesso. Tutte cose che di norma i militanti Lgbt non vogliono vedere.

Insomma, invece che una continua promozione della fluidità e dell’orientamento sessuale come scelta (quasi fosse il colore dei capelli), si dovrebbe favorire con ogni mezzo la stima per ciò che si è, il riconoscimento della bellezza del sesso che ci deriva dalla natura e dai genitori. E dalla riappropriazione della gioia di essere maschi o femmine (tertium non datur!) si otterrà un cambiamento di paradigma che porterà alla chiusura di tutti i centri che lucrano sulle angosce e i dubbi dell’adolescenza.

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