In un articolo apparso pochi giorni fa sul proprio sito, l'Associazione Luca Coscioni ha reso noto che negli ultimi dodici mesi il suo "numero bianco" avrebbe gestito oltre 16.000 richieste di informazioni sul fine vita. Tra queste, 1.707 riguardavano specificamente l'assistenza all'eutanasia e al suicidio medicalmente assistito, mentre 393 erano relative all'interruzione delle terapie e alla sedazione palliativa profonda. Un dato, sempre secondo l'Associazione Coscioni, in crescita del 14% rispetto all'anno precedente, a cui si affiancherebbe un aumento delle richieste di contatti con strutture svizzere o estere. Una notizia, guarda caso, resa pubblica nel pieno dell'acceso dibattito dopo l'approvazione, lo scorso 2 settembre, della legge sul fine vita in Veneto, quarta Regione a dotarsi di una norma sul suicidio medicalmente assistito dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna.
Non un diritto in espansione, ma un vuoto da colmare
A questa narrazione, secondo noi tendenziosa, crediamo si debba rispondere con una grande verità: l'aumento delle richieste non è prova di una fantomatica domanda "libera e informata", ma è semmai un campanello d'allarme di un sistema di cure palliative insufficiente. La crescita del 14% delle chiamate al numero bianco Coscioni, infatti, può essere letta in senso opposto rispetto al racconto di un presunto "diritto in espansione". Più che segnalare una società che rivendica con serenità l'autodeterminazione, questo dato indica che l'alternativa reale – ovvero cure palliative accessibili, sostegno domiciliare, presa in carico del dolore fisico e della sofferenza psicologica – non arriva a una larghissima parte di malati in tutta Italia.
Una legge sulle cure palliative solo sulla carta
La legge 38 del 2010 garantisce sulla carta l'accesso alle cure palliative, ma i rapporti del Ministero della Salute e della Società Italiana di Cure Palliative (SICP) segnalano da anni una copertura molto disomogenea tra le Regioni, con hospice e reti di cure palliative, anche quelle domiciliari, carenti soprattutto al Sud. Non è un caso, infatti, che, ormai da anni, l'Organizzazione Mondiale della Sanità e la letteratura scientifica più aggiornata e autorevole abbiano ammesso che quando l'accesso alle cure palliative è realmente universale ed efficace, la grande maggioranza delle richieste di "morire prima" cala drasticamente, cioè quando il dolore fisico e la sofferenza esistenziale vengono presi in carico in modo adeguato.
Il vero dovere è curare fino alla fine
Questi elementi permettono di capovolgere la cornice mediatica che va per la maggiore, soprattutto in Italia e alimentata da progressisti, radicali e partiti di sinistra: non è "la società che chiede sempre più il suicidio assistito", ma è "lo Stato che non garantisce ancora una vera alternativa di vita dignitosa a chi soffre". Sia ben chiaro, nessuno intende negare la sofferenza delle persone coinvolte, ma è fondamentale gettare nuova luce sulla spesa e sull'organizzazione sanitaria, ancora manchevoli in termini di cure palliative e di sostegni concreti a chi affronta la malattia e il fine vita.