Suicidio assistito da “parenti serpenti”

Un nuovo caso mostra la completa follia di un regime giuridico di suicidio assistito (o meglio, torniamo a ripetere, “omicidio del consenziente”).

I familiari, è triste dirlo, non hanno sempre a cuore il vero bene dei propri congiunti, e in un sistema dov’è legale l’eutanasia e perfino l’aiuto al suicidio, a farne le spese sono proprio i più vulnerabili, specie se all’interno di una famiglia composta da “parenti serpenti”.

In Australia un uomo è stato condannato per aver aiutato la moglie a suicidarsi allo scopo di ottenere l’indennizzo dell’assicurazione sulla vita.

Il caso risale al 2014: Jennifer Morant soffriva di mal di schiena cronico, depressione e ansia, pur non essendo malata terminale, e una settimana prima della sua morte, aveva confidato a un’amica: «Devo uccidermi e Graham mi aiuterà». La giuria, al processo, pare aver concluso che la signora Morant non avrebbe posto fine alla sua vita senza la “consulenza” del marito. Graham Morant era in attesa di ricevere 1,4 milioni di dollari come unico beneficiario delle polizze di assicurazione sulla vita della moglie. Secondo le testimonianze, il signor Morant, un “devoto cristiano”, le disse che aveva intenzione di usare i soldi dell’assicurazione per metter su una comunità religiosa. La sentenza è attesa per il 19 ottobre.

Ora, in Australia, proprio recentemente, il senato ha bocciato un disegno di legge sul suicidio assistito (solo lo Stato federato della Victoria lo ha legalizzato l’anno scorso per casi limite). Pertanto la “pressione sociale” sui malati non è certo ai livelli dell’Olanda o del Belgio. Eppure, come suggerisce il semplice buon senso, anziani e malati sono particolarmente vulnerabili sotto il profilo psicologico per la loro condizione di dipendenza dagli altri, e la sensazione di costituire un peso per parenti e amici è già di per sé motivo di sconforto. Se aggiungiamo il quadro culturale odierno possiamo solo immaginare il carico emotivo di queste persone già gravate dalla disabilità.

Tralasciando il discorso di principio, per cui non si uccide l’innocente, neanche se sia lui a richiederlo, nessuna legge sul suicidio assistito è in grado di prevenire questo tipo di abuso che si fonda su dinamiche psicologiche molto sottili. Ci vuole tanto per capirlo?

Redazione

Fonte:
SPUC

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