03/12/2025 di Redazione

«Sono un uomo, non un errore»: la storia shock del detransitioner Daniel Black

Questa mattina, 3 dicembre, Pro Vita & Famiglia sarà a Bruxelles per una conferenza stampa presso il Parlamento Europeo che porterà all’attenzione dei media la storia del detransitioner ceco Daniel Black. L’evento è stato organizzato dall’eurodeputato Roberto Vannacci, del gruppo parlamentare Patriots for Europe e vede la presenza anche di Antonio Brandi, presidente della onlus, e di Ludovine de La Rochère, presidente de Le Syndicat de la Famille. Ma chi è Daniel Black? Cosa ha subìto? Come la sua vita è stata letteralmente devastata?

La storia di Daniel Black

Daniel Black ha 25 anni ed è nato in Repubblica Ceca, nella città di Havířov. Oggi vive a Praga, dove gestisce un salone di parrucchiere. La sua vita, all’apparenza simile a quella di tanti giovani professionisti europei, porta però impressi segni indelebili: anni di medicalizzazione, interventi chirurgici irreversibili, cicatrici fisiche e psicologiche con cui deve fare i conti ogni giorno. Dopo il suo iter di transizione e detransizione ora è sposato con Tereza e insieme hanno fondato Based Initiative z. s., un progetto educativo dedicato proprio ai detransitioner, cioè a coloro che, dopo aver intrapreso un percorso di transizione, decidono di tornare al proprio sesso biologico. Intervistato dai media, Daniel ha già raccontato la sua storia in Repubblica Ceca, Slovacchia e Croazia, diventando una delle voci più chiare e coraggiose nel denunciare gli abusi e le menzogne dell’industria transgender e porta ora la sua testimonianza nel resto dell’Europa, soprattutto nel cuore delle istituzioni dell’Unione Europea.

La promessa tradita della transizione

La storia di Daniel inizia come quella di tanti adolescenti fragili e confusi. A 16 anni è un ragazzo sensibile, insicuro, segnato da sofferenza interiore e dalla percezione di “non andare bene”. Sui social, su YouTube, in televisione, risuona sempre lo stesso messaggio: se non ti senti a casa nel tuo corpo, forse sei trans. La transizione viene presentata come una liberazione, la chiave della felicità, la soluzione magica a un dolore profondo che nessuno ha davvero voglia di ascoltare. In questo clima, Daniel decide di cercare aiuto e si rivolge a una nota sessuologa e psicoterapeuta, la dottoressa Hana Fifková. Dopo appena trenta minuti di colloquio, la diagnosi è netta: «Sei nato nel corpo sbagliato, sei una ragazza». Non solo: viene definito «l’esempio perfetto di persona transgender». A sedici anni, di fronte a un’autorità medica che parla con sicurezza, Daniel si aggrappa a quelle parole come a una spiegazione definitiva di tutto il suo disagio. Da quel momento la sua vita prende una direzione radicale. Guidato da altri psicologi e specialisti, inizia la terapia ormonale femminilizzante e a 17 anni cambia legalmente sesso, si sottopone a un intervento di riduzione del pomo d’Adamo e si fa inserire protesi mammarie. A 18 anni affronta il passo più estremo: la cosiddetta “chirurgia di riassegnazione”, in cui il suo organo genitale maschile viene trasformato in una sorta di “vagina chirurgica”. Per Daniel oggi quel gesto è “irreversibile” e fonte di ferite profonde, non solo nel corpo ma anche dal punto di vista psicologico. Per anni, quindi, vive come donna. Ogni parola, ogni gesto, ogni movimento viene controllato per apparire il più possibile “femminile”. L’ambiente attivista, i media e una parte della società lo celebrano come esempio di “liberazione di genere”. In apparenza è la storia perfetta da raccontare nelle campagne rainbow. In realtà, dentro di lui, cresce un vuoto sempre più grande. Daniel racconta di dolori cronici, di problemi fisici permanenti legati a ormoni e interventi, ma soprattutto di un sentimento devastante di estraneità da sé stesso: ogni mattina, guardandosi allo specchio, non riconosce la persona che vede. Convive con Tereza come “due ragazze”, ma l’inquietudine non si placa. La promessa di una vita nuova, finalmente felice, si rivela una promessa tradita.

Il coraggio di tornare indietro

Tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 qualcosa si spezza definitivamente. Il dolore interiore diventa insostenibile, l’idea che la transizione fosse la soluzione crolla. Daniel comincia a mettere tutto in discussione: il percorso medico, le diagnosi, le certezze ideologiche che gli erano state presentate come scienza. Decide di interrompere gli ormoni femminili, poi, tra gennaio e febbraio 2023, intraprende formalmente la detransizione. Torna al testosterone, si fa rimuovere le protesi mammarie, avvia un percorso di ricostruzione fisica e psicologica. Non è un cammino facile. Il suo corpo porta segni che non potranno mai essere cancellati: cicatrici, irreversibile perdita dell’integrità genitale, problemi di salute che lo accompagneranno per tutta la vita. Oggi Daniel afferma con certezza: «Sono un uomo, e posso finalmente dirlo senza paura». Questo ritorno alla verità però ha un costo sociale alto: il mondo transgender che prima lo esaltava ora lo insulta, lo attacca, lo definisce “traditore”. Riceve minacce, viene screditato, molti cercano di cancellarlo dal dibattito pubblico. Nonostante questo, Daniel non ha scelto né il silenzio né una presunta vergogna, ma la testimonianza. Oggi continua il suo lavoro di parrucchiere a Praga e sta ricostruendo anche la propria vita relazionale e professionale, ma non accetta più di rimanere nell’ombra. Sa di aver perso anni della propria giovinezza e parti del proprio corpo; sa che porta ferite che non guariranno mai del tutto. Eppure è convinto che, se la sua storia riuscirà a salvare anche un solo ragazzo dal suo stesso destino, quel dolore non sarà stato inutile.

Verità, attivismo e giovani da proteggere

Oggi, inoltre, Daniel non è solo un ex paziente del sistema “gender affirming”: è diventato una voce critica, lucida e documentata contro un modello di “cura” che lui definisce ingannevole e pericoloso. Insieme alla moglie Tereza, come detto, ha fondato Based Initiative z. s., un’organizzazione che si presenta come sito educativo per detransitioner, ma che in realtà è molto di più: una rete in costruzione di medici, psicologi e professionisti di diversi Paesi, impegnati a dire la verità sui rischi della transizione e a offrire supporto a chi desidera tornare indietro. Daniel, quindi, contesta alla radice l’idea che basti la “sensazione interiore” per giustificare interventi radicali su corpi sani. Ripete spesso un principio semplice: le emozioni meritano compassione, ma la medicina deve basarsi sulle prove. Per lui, “nato nel corpo sbagliato” non è una diagnosi, è uno slogan ideologico. Il corpo non è un errore, la persona non è un errore. L’errore sta, semmai, in un sistema che propone ormoni, bisturi e sterilizzazione come risposta a depressione, traumi, isolamento, bullismo, sofferenza relazionale.

La risposta di Daniel agli attacchi

Alle accuse più ostili Daniel Black risponde con fermezza. A chi dice: «Hai scelto tu la chirurgia, perché incolpare gli altri?», replica che una scelta senza informazioni vere non è consenso: lui è stato «spinto in corsia preferenziale», senza essere seriamente informato su rischi, alternative e conseguenze permanenti. Questo, per lui, è malasanità, non autodeterminazione. Chiarisce inoltre che non è sua intenzione in alcun modo attaccare le persone trans, ma vuole attaccare un protocollo di trattamento che non cura il dolore e crea nuovi danni. Non accetta neppure il ricatto morale secondo cui limitare la “gender care” aumenterebbe i suicidi: la vera sicurezza passa da valutazioni attente, diagnosi approfondite e informazione sincera sui rischi. Nei suoi interventi, inoltre, cita dati e studi: il sondaggio U.S. Trans Survey 2022 (92.000 partecipanti), in cui circa il 9% dichiara di essere tornato almeno per un periodo al proprio sesso di nascita; una revisione sistematica del 2024 che aggrega 2.689 detransitioner in 15 studi; il fatto che persino il NHS inglese stia creando un percorso clinico specifico per la detransizione, ammettendo che i numeri reali sono sconosciuti e probabilmente sottostimati. Il suo messaggio ai giovani è dunque diretto: se ti senti perso, rallenta. Il tuo dolore è reale, il tuo corpo è sano. Non credere alla menzogna che devi distruggere il tuo corpo per essere felice.

 

 

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