23/05/2018

Sofferenza intrattabile perché rivela il nostro limite

Nella moderna pratica medica il dolore è ricompreso nei percorsi diagnostico-terapeutici, totalmente medicalizzato e ospedalizzato, per cui si pensa sempre di poter prescrivere una cura capace di soggiogarlo, dominarlo, indorarlo. Ma «l’aspetto del vissuto del dolore» (A. Pessina, Bioetica), e cioè la sofferenza, è tendenzialmente negato, censurato, dichiarato inutile.

Il dolore è un fatto fisico, nell’ottica meccanicista del corpo il segnale di una disfunzione, di un inceppamento organico. La sofferenza è più, nella misura in cui è qualcosa di intimo, che riguarda la persona come tale e ne coinvolge l’intera personalità.

Ora, la nostra epoca insofferente mostra attenzione per le componenti fisiologiche e biologiche del dolore, credendo di poter eliminare la sofferenza con un’azione tecnica applicata al corpo. E quando non vi riesce la copre con «un velo intrasparente di pudore» (A. Montano, Il guaritore ferito).

Questo perché la sofferenza, ancor più del dolore, costituisce un limite al nostro prometeismo e al nostro efficientismo. E la nostra impostazione culturale è tale che rifiuta il limite.

Il dolore, infatti, si può analgesizzare, la sofferenza no. Le procedure terapeutiche ad alto livello tecnologico monitorano la malattia e affidano allo sguardo dell’équipe sanitaria il dolore. Ci rassicurano che ogni dolore sarà vinto e ci intimano che solo il medico è titolato a «gestire autonomamente tutto il campo della sofferenza e della malattia, così come della vita e della morte» (Ch. Bernard, Sofferenza, malattia, morte e vita cristiana).

Ma seppure, soppressi molte dolori e malattie, oggi si possa godere di condizioni sanitarie più favorevoli, la sofferenza resta, refrattaria ad ogni trattamento.

Si può, infatti, diagnosticare il dolore e immettere la morte nel circuito di quanto è tecnicamente praticabile e programmabile, cosicché finanche quella possa diventare buona (eutanasia, dal greco, significa proprio buona morte), e cioè funzionale ai parametri salutisti della nostra medicina, ma non si può né tecnicamente né legittimamente eliminare la sofferenza.

Essa, a volerle dar conto, grida un’ansia che può avere ora matrici fisiche, ora psicologiche, ora tutt’e due assieme, ma che è anche un mistero profondo, quasi metafisico. Perché la sofferenza ci prospetta un dolore che non si vede e un lamento che non si crede, richieste incomprensibili ed indecifrabili.

Ne consegue che il sofferente è confinato in una solitudine maledetta ed irredimibile: prima o poi dovrà tacere?

Ma, quando questo è, quel silenzio diventa ancora più assordante.

Il sofferente è un malato ribelle, un paziente impaziente. Egli non soffre di una disfunzione particolare, intercettabile con i nostri mezzi tecnici, e, quindi, diagnosticabile. In più, ad una medicina che identifica salvezza e salute, credendo diredimere l’uomo dalla sofferenza preservandolo dal dolore, spiattella la sua incredulità. Il malato accetta il suo stato di dipendenza e si sottomette ai dettati della scienza medica, il sofferente se ne sottrae.

Con lui non è possibile comunicare. Egli è come un disco rotto che sta lì impudentemente a dirci che non sappiamo e che non possiamo.

Il fatto è che oggi non siamo più in grado di integrare la sofferenza in un progetto di esistenza. Non siamo più capaci di darle un senso e, quindi, di convivere con essa.

In altri tempi erano considerati i valori di sopportazione e, assieme, la vicinanza e la solidarietà, che avevano lo spazio che oggi si riconosce alla terapia. Essi permettevano, non di scegliere la sofferenza, ma di aderirvi accogliendola come prova in vista di qualcosa di più grande. Ma in tempi tecnici la sofferenza è considerata non oggettiva, non funzionale, disutile.

Si è aperto, quindi, come un gap di incomprensione fra il medico che «porta un giudizio sulla malattia in quanto fenomeno oggettivo» e il malato che «la vive come vicenda personale e talvolta tragica» (Ch. Bernard, Sofferenza, malattia etc.). E questo rivela un’incapacità profonda, che rende oggi tanto più gravosa l’assistenza di un malato terminale o in stato di prolungata e cronicizzata infermità, incapacità che non riguarda solo la moderna scienza medica, ma tutto il nostro sistema valoriale, come è emerso nei casi dei piccoli Charlie e Alfie.

Clemente Sparaco

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