Tra le Regioni italiane è in atto una gara. Inquietante. Una corsa a chi finanzia con soldi pubblici il congelamento degli ovuli, il cosiddetto “social freezing”, senza curarsi di chi nella corsa si fa male – ovvero le donne – e di chi muore: i bambini.
Una folle corsa, un «folle volo»
La Puglia – già lo scorso anno – è stata la prima a strutturare una misura organica, con 600mila euro per il biennio 2026-2027 e un contributo fino a 3mila euro per donna, mentre in questi ultimissimi giorni a seguire quella strada sono stati la Toscana – che ha approvato una legge che dà fino a 3mila euro per donna sempre per il social freezing – e il Lazio, che ha invece approvato un emendamento del Pd, subemendato da Forza Italia e inserito nella legge di variazione di bilancio, poi approvata nella sua interezza da tutta la maggioranza. Nel caso del Lazio, l'unica differenza rispetto alle altre Regioni è che si tratterebbe di un social freezing non “puro”, ma vincolato alla presenza di alcune patologie non oncologiche. In Umbria, invece, una mozione del Pd è stata approvata giovedì scorso, 24 settembre, con i voti della maggioranza di centrosinistra e l'astensione dai banchi dell'opposizione. Un documento che quindi, prendendo spunto dalle leggi di altre Regioni, impegna la giunta a «verificare la possibilità di prevedere, nell'ambito delle competenze regionali, forme di sostegno economico per la crioconservazione degli ovociti a scopo precauzionale, individuando criteri di accesso basati su età, appropriatezza clinica e condizioni economiche, anche attraverso strumenti di compartecipazione differenziata sulla base dell'Isee». Iniziative analoghe sono state avviate anche in Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Sicilia e Basilicata: in queste Regioni, in particolare, ci sono attualmente proposte di legge ferme o in commissione, prese di posizione politiche e, in Basilicata, un testo di maggioranza che però riguarda soprattutto le indicazioni mediche. La crioconservazione degli ovociti, dunque, sembra di colpo divenuta un'emergenza nazionale. Tutto in pochi mesi. Tutto sull'onda di quella che pare più una moda che una politica sanitaria ponderata.
Follow the money
Sorge allora una domanda che si ripropone ogni volta che appare un'improvvisa urgenza bipartisan: chi ci guadagna? Il social freezing, lo diciamo senza giri di parole, serve alla fecondazione artificiale e non è affatto un servizio di beneficenza. È un'industria. Basti pensare che, secondo una stima di mercato, in Italia il settore valeva circa 1,16 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita prevista fino a oltre 1,7 miliardi entro il 2033. E che cosa serve a un'industria per crescere? Nuovi clienti. E in tal senso il social freezing è la porta d'ingresso perfetta: trasforma donne sane, fertili, giovani in pazienti-clienti. Oggi si paga il prelievo, poi la conservazione anno dopo anno e domani si paga la fecondazione in vitro. E se in tutto ciò a pagare è il Servizio sanitario nazionale – sempre a corto di fondi, anche per questioni di vita o di morte, come le cure palliative – tanto meglio.
Una promessa che illude
Ma almeno, tutto ciò, funziona? Qui la domanda – ovviamente retorica – si scontra con i numeri. In uno studio britannico su quindici anni di dati, solo il 14% delle donne è tornato a usare gli ovociti congelati e, per chi lo ha fatto, la probabilità di nascita per embrione trasferito (quanti embrioni, inoltre, sono stati scartati o sono morti nel tentativo?) è stata del 17%, e appena del 5% per chi aveva congelato dopo i 40 anni di età. E ancora: uno dei più ampi studi statunitensi in materia ha calcolato che, ogni cento ovociti scongelati, si arriva soltanto a circa sei bambini nati. Sei su cento. Questa è “l'assicurazione sulla maternità” che la politica regala con i soldi dei contribuenti. Ecco perché diciamo – e siamo sicuri di poterlo affermare con oggettività – che questa non è libertà. È una lotteria con il biglietto pagato dallo Stato e il premio incassato dalle cliniche.
Il prezzo che nessuno vuole ammettere
E poi c'è la questione che nessun Consiglio regionale ha avuto il coraggio di mettere all'ordine del giorno. La fecondazione artificiale ha un costo umano. Per ogni bambino che nasce, infatti, una moltitudine di esseri umani viene prodotta, selezionata, congelata, scartata, perduta. Una strage silenziosa che non fa notizia solo perché avviene dentro un laboratorio. A tal proposito, la Relazione ministeriale più recente dice che sono stati prodotti in vitro 177.097 embrioni omologhi e da questi sono nati solo 4.179 bambini.
Ma non solo, perché a pagare sono anche le donne: la stimolazione ormonale, i prelievi invasivi, il rischio di iperstimolazione ovarica mettono sotto stress il loro fisico, mentre la loro psiche è messa a dura prova da ogni fallimento, da ogni aborto e da ogni volta che, dopo aver tanto sperato, devono rinunciare. Sempre l'ultima Relazione ministeriale conferma i dati drammatici: nel 2023 meno del 12% dei cicli di fecondazione artificiale (con ogni metodo, anche “a fresco”) ha avuto esito in una gravidanza: oltre l'88% dei tentativi, quindi, ha generato frustrazione nelle coppie già segnate dal dolore per l'infertilità.
E, come se non bastasse, pagano anche i (pochi) bambini che nascono: una grande meta-analisi su oltre cento studi ha rilevato che i bambini concepiti con tecniche artificiali hanno un rischio più alto di anomalie congenite rispetto a quelli concepiti naturalmente. Uno studio francese su tre milioni e mezzo di nati ha mostrato che il rischio di malattie da alterato imprinting genomico, patologie rare, è aumentato nei bambini concepiti con transfer di embrioni freschi. Sul fronte dei tumori infantili il quadro scientifico è ancora dibattuto, ma alcuni studi hanno segnalato un rischio aumentato per alcune forme specifiche, come epatoblastoma e rabdomiosarcoma. Insomma, quando è in gioco la salute di un bambino, il dubbio dovrebbe consigliare prudenza, non incentivi come quelli varati dalle Regioni.
Il vero sfruttamento
Qualcuno, invece, dirà che il social freezing è “emancipazione”. Abbiamo visto che è esattamente il contrario. Chiedere a una donna sana di rimandare la maternità perché il lavoro non la aspetta significa dire: il tuo corpo si adatti al mercato, non il mercato alla tua vita. Non a caso le prime a offrire il congelamento degli ovuli come benefit aziendale sono state le grandi corporation della Silicon Valley. Strano non sentire le proteste femministe contro questa “logica patriarcale con il camice bianco”: la donna è preziosa finché produce, la madre può aspettare. Lo ha scritto anche Avvenire, lo scorso agosto: la pratica finisce per continuare a chiedere di adattare i corpi delle donne alle esigenze della società e del mercato, invece di chiedere al lavoro e al welfare di adattarsi alla maternità. Una politica che amasse davvero le donne investirebbe su casa, lavoro stabile, congedi parentali, non su un freezer.
Quando c'è una malattia, esiste una strada migliore
In questo complesso contesto c'è anche la questione delle donne che hanno un reale problema di salute che minaccia la fertilità. Ma una strada davvero rispettosa della persona esiste ed è il congelamento del tessuto ovarico. Una volta reimpiantato, infatti, può restituire alla donna la sua fertilità naturale, senza costringerla a passare per la produzione di embrioni in provetta. È la medicina che ripara, non quella che sostituisce. Ed è qui che le Regioni dovrebbero concentrare risorse e ricerca.
Chi rispetta i valori
Che partecipino alla folle corsa le giunte di sinistra, onestamente, non ci stupisce. Da quella parte la dignità della vita nascente e delle donne non è mai stata un criterio. Ma che siano alcuni consiglieri e alcune maggioranze di centrodestra a votare questi provvedimenti, a presentare risoluzioni, a subemendare per allargarne la portata, questo è incoerente. Anzi, è vergognoso. Perché si tratta degli stessi che in campagna elettorale salgono sui palchi e si proclamano difensori dei principi non negoziabili. Ai coerenti che, invece, hanno votato contro va il nostro grazie. Agli altri, un augurio sincero: che abbiano almeno il pudore, alla prossima tornata elettorale, di non venire a chiedere i voti dei pro-life. Perché abbiamo buona memoria. E i principi, a differenza degli ovuli, non si mettono in freezer in attesa di tempi più comodi.