La diffusione dei social e degli smartphone dal 2010 in poi ha contribuito all’aumento di depressione, ansia e autolesionismo tra i ragazzi. La cosa è stata riconosciuta anche in sede giudiziale. La correlazione “più smartphone, più disagi mentali” è indiscutibile.
Le aziende Big Tech si difendono dicendo che una correlazione di per sé non indica un rapporto di causa-effetto. Secondo loro il disagio dei giovani può essere determinato da altre svariate ragioni. Chi usa di più i social potrebbe già essere di suo più fragile, oppure il malessere potrebbe essere dato da un fattore terzo come la solitudine, il contesto familiare carente, l’assenza simbolica di uno o di entrambi i genitori. Hanno tirato in ballo persino il fantomatico riscaldamento globale.
Montagne di prove
Intanto, però, negli anni si sono accumulate le evidenze. Da un lato esistono i danni concreti riportati da un numero enorme di giovani ogni anno: non solo cyberbullismo, ricatti sessuali (sextortion) e molestie, ma anche e soprattutto l’esposizione a contenuti che danno dipendenza e che gli algoritmi amplificano, inclusi messaggi che normalizzano o promuovono suicidio, disturbi alimentari e autolesionismo. Dall’altro lato stanno aumentando gli studi longitudinali e gli esperimenti che mostrano una relazione causa-effetto tra uso intensivo dei social e crescita di ansia e depressione. In particolare, le ricerche sulla “riduzione dell’uso” indicano che diminuire i social porta a miglioramenti misurabili nel benessere: un elemento chiave per parlare di nesso di causalità.
Il caso Meta: quando le prove arrivano dall’interno
Una prova in tal senso è emersa anche dai documenti interni di Meta. Tra i vari casi citati da Haidt, segnaliamo il “Project Mercury”, un esperimento in cui agli utenti veniva chiesto di disattivare l’account Facebook per un periodo: la sospensione è risultata associata a minori sentimenti di depressione, ansia, solitudine e confronto sociale. Prove come queste sono state determinanti per la condanna delle aziende al risarcimento di un danno che evidentemente hanno provocato dolosamente, sapendo di nuocere.
I social sono un prodotto non sicuro per i minori
L’ideale sarebbe che le leggi sancissero una responsabilità aggravata per le aziende, ponendo in capo a esse l’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare che le piattaforme creino dipendenza e arrechino danni psicologici alle persone. L’associazionismo inglese ha inviato una proposta in tal senso al Governo Starmer.
Intanto molti Paesi hanno posto limiti d’età all’uso dei social: è un primo passo utile per svegliare le coscienze. Per questo Pro Vita & Famiglia ha lanciato una raccolta firme per chiedere al Governo di impedire che un minore di 16 anni possa aprire e gestire un profilo social senza l’autorizzazione dei genitori, assicurando altresì che i sistemi per verificare l’età degli utenti, che costringeranno Big Tech a eliminare circa 1,5 milioni di account aperti da minori di 14 anni, usino la tecnologia già esistente di ‘zero-knowledge proof’, cioè senza acquisire dati per la profilazione e la sorveglianza digitale dei cittadini.
La legge serve, ma non basta
È urgente rendere consapevoli i genitori e gli educatori spesso distratti o timorosi di apparire demodé. La legge può certamente svolgere il suo ruolo pedagogico. Ma sappiamo bene che non basta. Bisogna recuperare l’umano e il reale rispetto al virtuale. Bisogna lasciare che i ragazzi tornino a giocare in cortile e a sbucciarsi le ginocchia. Abbiamo paura a farli uscire da soli nel quartiere, perché potrebbero fare cattivi incontri, ma poi li lasciamo soli davanti a uno schermo da cui può passare tutto il male possibile. Dobbiamo dare noi per primi il buon esempio. In casa il telefono si spenga e si chiuda in un cassetto, almeno per un dato tempo. E, senza il telefono, riscopriamo i libri, i giochi, i rapporti umani e, perché no, quel sano annoiarsi che è stimolo a inventare qualcosa di bello per passare il tempo. Anche Papa Leone nella sua Magnifica Humanitas ha ribadito che non dobbiamo consentire alla tecnologia di dominarci e di disumanizzarci (e ha parlato chiaro e tondo contro l’aborto, l’eutanasia e a favore della famiglia e del primato educativo dei genitori, ma questo non lo dice nessuno).
La tecnica, da secoli, non è più al servizio dell’uomo
Non possiamo rifiutare la tecnica e il progresso: il fuoco, la ruota, la pala, la leva, l’aratro… ma dobbiamo stare molto attenti. Il grande filosofo Martin Heidegger (1889-1976) aveva già nelle sue lezioni su Eraclito nel 1943, e poi nel 1953, sollevato il problema della gabbia tecnologica che riduce il mondo e l’essere umano a puro materiale da consumo: una mitragliatrice, una macchina fotografica, un manifesto pubblicitario oggettificano l’umano.
Molto prima, Ludovico Ariosto (1474-1533) nell’Orlando Furioso (Canto XI) definì l’arma da fuoco come «macchina infernale... per cui la cavalleresca gloria è spenta». E infatti dalla battaglia di Pavia del 1525, dove gli archibugi spagnoli di Carlo V fecero a pezzi la cavalleria francese di Francesco I, l’arma da fuoco (e la mitragliatrice) consente al più debole e codardo, nascosto e da lontano, di uccidere il più forte e coraggioso prode: ecco perché l’uomo è diventato materia alla mercé della tecnica. Oggi possiamo capirlo molto meglio, con l’IA che per esistere prende quello che scrivono gli uomini in rete e produce: usa gli uomini come carburante. E infatti l’IA serve per superare il limite, la natura e la biologia, per superare anche la morte, per superare (e quindi distruggere) l’umano nel “transumano” o “postumano”.
Lo smartphone e i social sono un altro esempio evidente: dobbiamo ammettere con onestà che anche noi adulti ne siamo spesso schiavi. Rendersene conto è il primo passo verso la libertà. Ma se hanno tanto potere su noi adulti con la corteccia prefrontale matura, non dovrebbe servire la letteratura scientifica per intuire quale devastazione possano causare in special modo nel cervello di bambini e giovani adolescenti.
Articolo già pubblicato sulla Rivista Notizie Pro Vita & Famiglia n. 153 di luglio-agosto 2026