Ormai la notizia è di dominio pubblico da settimane, ma continua a tenere banco e soprattutto avrà ripercussioni – si spera – anche per noi e, in generale, per gli Stati occidentali. Stiamo parlando dei 18 miliardi di dollari in 10 anni, la stratosferica multa che pagherà Meta. Il colosso fondato da Mark Zuckerberg, infatti, lo scorso agosto ha raggiunto un accordo storico con quasi tutti gli Stati Usa per chiudere le cause che lo accusavano di aver progettato Facebook e Instagram in modo da creare dipendenza e danneggiare la salute mentale dei minori. Da più parti questo accordo è stato descritto, non senza motivo, come la più grande transazione singola nella storia di Meta e la più grossa sanzione mai registrata nel settore tech in un unico caso.
Anche riforme strutturali
Peraltro, merita di essere sottolineato come, in aggiunta ai pagamenti, Meta abbia accettato riforme strutturali su Facebook e Instagram per i minori, tra cui: limitazione giornaliera di tempo fino a 2 ore per gli utenti fino ai 17 anni; migliori controlli parentali e impostazioni di default più restrittive per i minori; più trasparenza e reporting agli Stati su come vengono applicate queste misure e su eventuali violazioni. Insomma, per quanto Meta abbia negato la responsabilità diretta per i danni sui suoi giovani utenti, il fatto che alla fine abbia preferito questo accordo per estinguere la causa che aveva in corso appare molto significativo.
Perché riguarda anche noi
Allo stesso modo, questa vicenda americana appare istruttiva anche per il resto del mondo, Italia compresa. Anche perché le ricerche scientifiche che documentano quanto non tanto e non solo Meta, ma i social in generale possano essere dannosi per i giovani, ormai, abbondano. Giusto lo scorso giugno è stato pubblicato sulla rivista European Psychiatry un lavoro che ha trovato un’associazione forte – nei ragazzi e nei giovani adulti – tra uso eccessivo dei social e dipendenza o perdita di controllo. Analogamente, un’altra recente revisione sistematica su 50 studi pubblicata su Educational and Developmental Psychologist ha concluso come una maggiore esposizione agli schermi, in particolare ai social, sia chiaramente associata a più sintomi depressivi e ansiosi, bassa autostima, insoddisfazione corporea e vittimizzazione online. Sempre quest’anno, un lavoro uscito su BMC Public Health ha confermato come 3 o più ore al giorno di social media siano associate a un rischio più alto di depressione e ansia negli adolescenti. Proprio gli adolescenti americani (ma non è che da noi le cose vadano poi molto meglio) trascorrono – in media – 5 ore al giorno sui social media; pertanto, tutti gli allarmi che i genitori e gli educatori sollevano sull’uso eccessivo degli smartphone sono ampiamente giustificati.
Il disegno di legge italiano
In questo senso, per venire all’Italia, non resta che augurarsi che – in questo ultimo anno di legislatura – un provvedimento molto importante possa fare il suo corso ed essere approvato; il riferimento, qui, è al ddl n. 1136, un disegno di legge bipartisan firmato da Lavinia Mennuni di Fratelli d’Italia e Marianna Madia del PD, presentato nel 2024 e poi ripreso successivamente ma, di fatto, non ancora approvato. Questo ddl – che prevede l’innalzamento a 15 anni dell’età per aprire un account social, la verifica dell’età da parte delle piattaforme e tutele specifiche per i minori esposti online – risulta infatti purtroppo arenato in Senato. Ed è un peccato perché tratta un tema educativo davvero molto importante, a maggior ragione dopo la multa storica inflitta a Meta, che va ad aggiungersi agli ottimi argomenti per cui il ddl Mennuni-Madia merita di essere ripreso e di finire la sua corsa, come tra l’altro chiede anche una petizione di Pro Vita & Famiglia. Non resta allora che augurarsi che maggioranza, opposizione e Governo si convincano dell’importanza di questo provvedimento, prima che finisca la legislatura ed esso rischi di finire nel dimenticatoio o quasi.