Tre bambini strappati ai loro genitori. Una madre allontanata dai figli mentre le urla strazianti dei piccoli risuonavano tra le mura di una casa famiglia. Una famiglia - strana, certo, e alternativa per molti - fatta a pezzi da ordinanze di magistrati che hanno trasformato in crimine uno stile di vita. Questa è la storia della cosiddetta e ormai, suo malgrado, famosa “Famiglia nel Bosco” di Palmoli, in Abruzzo (LEGGI QUI GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI). Ma è anche la storia di una magistratura che ha dimenticato i propri limiti. E il 22 e 23 marzo questa storia deve pesare sulla coscienza di ciascuno di noi. Ecco perché.
Una famiglia diversa, non criminale
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham hanno scelto di vivere in un casolare rurale senza corrente elettrica, coltivando il cibo e crescendo i tre figli secondo una filosofia che rifiuta l'istruzione formale e privilegia la natura. Sono genitori, non aguzzini. La vicenda che oggi, da ben oltre 116 giorni, riempie la cronaca nazionale, è in realtà iniziata nell'ottobre 2024, quando un'intossicazione da funghi ha portato la famiglia in ospedale. Da quel momento si è messa in moto una macchina giudiziaria che non si è più fermata. Il Tribunale per i Minorenni dell'Aquila, dopo vari “accertamenti” e dopo settimane - lo scorso 20 novembre - ha prima sospeso la responsabilità genitoriale, poi - con una scelta che ha lasciato senza parole anche la Garante Nazionale per l'Infanzia Marina Terragni e la premier Giorgia Meloni - ha disposto l'allontanamento della madre dai figli - lo scorso 6 marzo - mentre era ancora in corso la perizia psicologica. I bambini hanno urlato. La madre piangeva. I giudici hanno chiamato tutto questo «tutela del superiore interesse del minore».
Il problema di un potere senza controllo
Qualcuno dirà: «I giudici hanno applicato la legge». È esattamente questo il punto. Quei magistrati non si sono limitati a tutelare dei bambini in pericolo di vita - perché, appunto, non erano né in pericolo né in alcuna situazione di abuso o maltrattamento -, ma hanno giudicato uno stile di vita, hanno deciso che la presenza della madre era «gravemente ostativa agli interventi programmati», si sono sostituiti a una famiglia nell'educare i propri figli. E lo hanno fatto con il potere coercitivo dello Stato, rispondendo - nei fatti - soltanto a se stessi. Come ha scritto la premier Meloni, «i figli non sono dello Stato» e una magistratura che pretende di decidere diversamente è una magistratura che «ha dimenticato i suoi limiti». Ecco perché, anche Pro Vita & Famiglia si è attivata e, oltre a seguire quotidianamente il caso e darne notizia, ha lanciato una petizione - già consegnata al Ministro della Giustizia Carlo Nordio - che ha raccolto oltre 72.000 firme.
La famiglia nel mirino dell'ideologia
Il diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni è un diritto naturale che precede lo Stato e che la Costituzione riconosce all'articolo 30. Di pari passo, ovviamente, tutelare i minori da abusi reali è sacrosanto - cosa che i Tribunali sono chiamati a fare - ma trasformare una scelta educativa non conforme al mainstream in un caso da tribunale è una forma di totalitarismo morbido, tanto più pericoloso quanto più si presenta con il volto benevolo della «tutela del minore». Inoltre è un precedente pericoloso, perché per via della stessa logica che oggi colpisce una famiglia che vive nel bosco domani potrebbero essere colpite famiglie eventualmente giudicate troppo “tradizionali” o “religiose” o che scelgono l'homeschooling e così via. Nessuno, infatti, è al sicuro quando un giudice è anche arbitro dei valori.
Cosa cambia con il referendum del 22-23 marzo
Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno su una riforma costituzionale della giustizia che riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due CSM distinti, l'istituzione di una Corte disciplinare autonoma e il sorteggio per gli organi di autogoverno. Non c'è quorum e dunque ogni voto conta perché a vincere - tra Sì (favorevoli alla riforma) e No (contrari) - sarà chi prenderà anche un solo voto di scarto. La riforma, come è facilmente comprensibile, affronta il nodo strutturale che il caso della “Famiglia nel Bosco” sta rendendo ben visibile: la mancanza di un controllo davvero terzo sulla magistratura. Oggi, infatti, i magistrati vengono disciplinati dai propri colleghi, dentro lo stesso CSM dominato dalle correnti interne, e chi sbaglia raramente paga. Con la riforma, una Corte disciplinare separata renderebbe finalmente possibile giudicare i magistrati senza che siano giudicati da se stessi.
Un voto per le famiglie, non solo per la giustizia
Molti penseranno che il referendum sulla giustizia sia roba da “addetti ai lavori”. Ebbene, come abbiamo visto, il caso di Nathan, Catherine e dei loro tre bambini dimostra il contrario. Quando la magistratura non ha freni adeguati, non ci sono famiglie al riparo. La famiglia è infatti il primo presidio contro l'invadenza dello Stato, poiché è la cellula che precede ogni istituzione, che forma ogni individuo. Difenderla significa anche difenderla dai giudici che la vorrebbero smembrare in nome di ideologie travestite da scienza psicologica. Pensiamo a quei tre bambini. Alle loro urla. Alle lacrime di una madre allontanata non perché aveva fatto del male ai figli, ma perché un giudice ha ritenuto la sua presenza un ostacolo ai propri «interventi programmati». Pensiamo a quante altre famiglie subiscono ogni giorno soprusi simili nel silenzio.
Votare “Sì” il 22 e 23 marzo non restituirà immediatamente quei bambini ai loro genitori, ma sarà un segnale forte nel dire che gli italiani non accettano una magistratura senza controlli. I figli non appartengono ai tribunali. Appartengono alle loro mamme e ai loro papà.