21/07/2021

Quello che il ddl Zan non dice

Il Ddl Zan introduce all’art. 1 definizioni sul sesso e sull’identità di genere che hanno un grande impatto sull’antropologia, ossia sulla visione dell’uomo. Qualcosa, quindi, di fondamentale ed estremamente delicato da trattare, tanto più nel contesto di un’accesa discussione politica.

Ma già l’idea che si possa definire il sesso nasconde una visione ideologica o latamente illuministica, come se si possa determinare qualcosa che è costitutivo della persona per decreto, a prescindere dalla tradizione, dalla biologia, dalla memoria storica e genetica. Che poi lo si possa fare indipendentemente da una visione generale della persona indica un pregiudizio persistente nel separare la fisicità dal mentale, come se si trattasse di due mondi separati e giustapposti, laddove nella realtà esiste solo la persona, di cui entrambi non sono che componenti inseparabili. 

Ancor più pericoloso è che si possa elencare sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere come se si trattasse di una lista o di istruzioni in un gioco in cui ne va della persona, del suo significato e del suo senso. Né si può accettare che il biologico, che è parte del bios, ossia della vita, possa essere oggetto di manifestazione, di orientamento, di percezione, di tecniche o di capriccio, girato e rigirato a piacere, come se fosse un orsacchiotto di peluche. Il riferimento alle aspettative sociali, contenuto nel punto b dell’art. 1 indica poi una miserevole riduzione di questioni che hanno un enorme valore sul piano antropologico a questioni di fatto.

Vi si evidenzia un salto aporetico dal descrittivo al prescrittivo che tradisce la non neutralità del Ddl in fatto di valori, in particolare, nella negazione di costumi che risalgono ai primordi della civiltà, dissolti nelle condizioni psicologiche e sociali che sono, al più, occasione del loro sorgere e manifestarsi.

 

Maschio e femmina li creò

 

Ma se solo rimastichiamo il passo di Genesi 1,27 «….maschio e femmina li creò», ecco che ci si apre davanti uno slargo che ci libera dalla corruzione del linguaggio e dall’alterazione dei significati. 

Esso ci dice per prima cosa che il sesso si inscrive in una datità che sopravanza i nostri orientamenti, le nostre aspirazioni e i nostri percepiti. Questa datità è codificata in ogni singola cellula, che è maschile e femminile prima del sesso gonadico o del sesso genitale, prima delle nostre sensazioni o percezioni interiori, molto ma molto prima delle trascrizioni culturali, morali e religiose della sessualità con le relative regole e prescrizioni. Impregna, quindi, il sangue, gli organi, la voce, la sensibilità, l’affettività, la percezione di sé e la natura relazionale della persona. 

Non che la creazione implichi degli automatismi e, tantomeno, degli automi. La Bibbia afferma la libertà dell’uomo, che gli dà una dignità superiore rispetto a tutte le altre creature, viventi e no. Ma il racconto della Genesi rimarca la differenza sessuale inserita nella creazione in quanto origine, a sua volta, di vita. 

Nell’unione feconda di maschio e femmina si rinnova infatti la creazione, si perpetua e si vitalizza. Una scossa energetica attraversa il nostro corpo, che nella vivente concretezza della persona non è mai senz’anima. Attraversa la nostra vita, pure infinitamente esposta, precaria, vulnerabile, effimera, e meravigliosamente la rende cocreatrice, potente nel creare nuova vita.

Ma questa energia stupenda e nello stesso tempo tenerissima si colloca nella relazione, come nella sua culla. La creazione è realtà dinamica che si rinnova nell’amplesso, là dove «non sono più due, ma una carne sola». Non è qualcosa di statico, come può esserlo una definizione, perché si protende in avanti, nello specchio della generazione.

La relazione è innanzitutto quella col Creatore che dà forma alla sua creatura come il vasaio al suo vaso, ma è anche la relazione umana e, in special modo, la relazione di coppia, maschio‒femmina, capace nella sua eterogenicità di un amore rinnovante la creazione: «Ed ’Elohim creò ’adam in sua immagine, in immagine di ’Elohim lo creò, maschio e femmina li creò» (Gen 1,26-27).

Un’immagine è la riproduzione più o meno esatta di qualcosa. La somiglianza significa poi che ne riproduce sia l’aspetto esteriore, sia qualità e caratteri intrinseci. L’immagine di Dio è, quindi, l’uomo vivente nella sua concretezza irrepplicabile, ma è più propriamente la coppia umana nella sua feconda relazionalità. 

Al di fuori di questa non vi è vita, ma solo la sua mistificazione, la violenza della tecnica che devasta i corpi e le coscienze usando della persona.

 

Clemente Sparaco




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