Pudore e sessualità in famiglia e a scuola

Nella nostra società il termine ‘pudore’ viene spesso interpretato in maniera superficiale, secondo due atteggiamenti che – in maniera opposta l’uno all’altro – tendono a estremizzare la questione: da un lato si sostiene la necessità di una liberazione tout court in ambito sessuale, con l’abbattimento di ogni vincolo; dall’altra vige l’idea che certi argomenti non debbano essere oggetto di conversazione, alimentando così una sorta di negazione. E questo fatto ha insite in sé delle conseguenze per il sano sviluppo della sessualità nei bambini e nei ragazzi. Nel tentativo di orientarci e di capire meglio questo complesso tema in relazione all’infanzia e alla prima adolescenza, abbiamo intervistato Miriam Incurvati, psicologa dell’età evolutiva, progettista e Formatore di Asp Progetto Pioneer.

Dottoressa Incurvati, iniziamo con il circoscrivere il tema che andremo ad approfondire: che cos’è il pudore? È un concetto positivo o negativo?

Spesso associamo al pudore la vergogna, il nascondimento delle parti intime. In effetti, durante la storia e anche nelle nostre esperienze personali, a volte il pudore ha acquisito una simile connotazione. Tuttavia, con la stessa parola si può far riferimento anche all’atteggiamento di naturale riserbo nei confronti di quanto riguarda la sfera sessuale. Pertanto, un’accezione positiva del pudore può riferirsi a tutti quei comportamenti di ritegno e contegno volti a valorizzare e proteggere la propria intimità sessuale.

Per loro natura, i bambini sarebbero pudici?

Per quanto riguarda il mondo dell’infanzia, definire se e come viene compreso e sentito il pudore è estremamente complesso. La letteratura scientifica in materia di sessualità infantile è ancora un campo tutto da scoprire e le ricerche in tal senso sono purtroppo molto limitate. Inoltre, come ogni aspetto della psicologia umana, anche questo è influenzato da molteplici fattori: elementi personali, come il temperamento, ma anche relazionali-educativi, l’educazione familiare occupa un posto di notevole rilevanza su questi temi.

Tuttavia, certamente si possono individuare delle tappe di sviluppo sessuale. Diversi studi mostrano, ad esempio, che i bambini dagli 0 ai 4 anni, non hanno in genere un particolare senso del pudore e possono manifestare comportamenti di curiosità per il proprio corpo e quello degli altri. Tali gesti sono quindi da intendere come finalizzati principalmente all’esplorazione e alla regolazione emotiva. Tra i 4 e i 7 anni di età i bambini iniziano invece a mostrare inibizione in determinate situazioni. Nella fascia d’età 7-12, poi, la consapevolezza delle regole sociali aumenta, si diventa più coscienti del senso del pudore e si desidera una maggiore privacy, che spetta anche ai genitori garantire. Questi sono dunque, a grandi linee, gli steps tipici nello sviluppo del sentimento del pudore, da non intendersi come categorie rigide ma piuttosto come schematizzazioni flessibili.

In questa sede ritengo inoltre utile evidenziare come notevoli influssi sul vissuto del bambino provengano da istanze culturali e sociali: in modo particolare l’esposizione precoce, continua e non mediata dall’adulto, a contenuti pubblicitari e mediatici in cui il corpo è strumento di acquisto e viene presentato con tratti fortemente sessualizzati, mette a rischio ilsano sviluppo sessuale. È noto come la rete abbassi la soglia del pudore: nei social network quanto è privato diventa pubblico, i giovani fanno fatica quindi a coltivare un sano riserbo e il concetto stesso di privacy perde il suo senso più profondo.

Quale ruolo rivestono i genitori nell’acquisizione di un sano sviluppo sessuale?

La famiglia è la principale agenzia educativa. È il luogo dove, per la prima volta, il bambino sperimenta lo stare insieme: i modi, i tempi e la qualità delle relazioni. Numerose ricerche evidenziano come l’esperienza primaria in famiglia diventi pregnante lungo tutto il corso della vita della persona. La costituzione dell’attaccamento e il legame con la figura di accudimento è unico e, una volta stabilito, si mantiene inalterato come la fonte più forte di relazione d’amore e come prototipo di tutte le successive relazioni affettive.

Assume pertanto una rilevanza notevole investire nella formazione di un legame sicuro: questo avviene quando la mamma e il papà entrano in sintonia affettiva con il piccolo, comprendono i suoi bisogni, interpretano il suo pianto, essendo figure accessibili e responsive. Molteplici studi evidenziano come genitori presenti e capaci d’interpretare i segnali del proprio bambino e di orientare e canalizzare le sue emozioni favoriscano nei figli lo sviluppo di una sessualità sana. Potremmo affermare che l’educazione affettiva e sessuale, il senso del pudore e del valore insito in ognuno di noi, lo cominciamo a trasmettere nel momento in cui prendiamo in braccio nostro figlio per la prima volta e ogni volta che compiamo con lui dei semplici gesti di routine (come fare il bagnetto, o spalmare la crema con un delicato massaggio): attraverso questi gesti gli diciamo quanto è importante e come si deve trattare il corpo.

Nell’educazione, dunque, l’esempio e i gesti valgono tanto quanto le parole (e a volte di più)?

Sì, gesti apparentemente semplici contengono significati molto profondi, in grado di influenzare per tutta la vita. Si pensi per esempio al momento in cui i bambini, intorno ai 2-3 anni, scoprono la propria identità sessuale, l’essere maschio o femmina: in bagno a scuola, o vedendo fratellini o sorelline, capiscono di essere diversi.

In un simile momento evolutivo l’adulto svolge una funzione di conferma e di fornitore di senso: è, infatti, importante confermare il fatto che vi è una diversità sessuale e, nello stesso tempo, inserirla in un quadro che rimandi alla bellezza e alla ricchezza di questa varietà. In questo il rapporto tra i due genitori, maschio e femmina, funge da guida e da esempio. Se desideriamo giovani attenti e rispettosi di se stessi e degli altri, dobbiamo insegnargli sin da piccolissimi a esserlo, e questo lo si fa principalmente in famiglia, con l’esempio: genitori che sanno valorizzare le differenze e che si parlano con gentilezza, che curano il proprio corpo (senza eccessi, ma con attenzione e delicatezza), che desiderano mantenere privati degli spazi della casa (come la camera da letto), o dei momenti della giornata (come quelli dedicati all’igiene personale), o che dedicano tempo alla coppia... insegnano ai figli a fare lo stesso nelle loro relazioni attuali e future.

Un clima familiare unito e relazioni affettive significative permettono insomma di costruire una configurazione sicura intorno al bambino-ragazzo che, quindi, lo aiuterà a crescere nell’autostima e nella sicurezza interiore.

In tutto questo, quale ruolo riveste la scuola?

La scuola oggi è notoriamente il luogo dove i nostri piccoli trascorrono numerose ore al giorno, in un contesto in cui ‘il villaggio’ è molto latitante nell’esecuzione del suo compito educativo verso le nuove generazioni. Diventa dunque centrale chiedersi se e come la scuola possa contribuire nello sviluppo di una sana sessualità. In questo ritengo che gli aspetti importanti siano due: il primo è che venga rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione affettiva e sessuale, cercando una collaborazione nell’attuazione del principio di corresponsabilità educativa. Il secondo punto è il principio secondo cui, come educatori, è sempre necessario partire dal dato biologico: confermare e rassicurare cioè bambini e ragazzi, far notare loro che il corpo è fatto per un fine, ha un equilibrio, è una ‘macchina perfetta’. In questo modo si educano i giovani a riconoscere il valore e la bellezza della persona umana nelle sue uniche e insostituibili specificità.

In sintesi, dunque, la scuola dovrebbe educare al rispetto di sé e dell’altro con attenzione ai tempi di maturazione psicofisica delle varie fasce di età, nonché secondo le esigenze e le capacità reali degli alunni.

Buona sfida educativa a tutti noi!

Teresa Moro

Fonte:
Notizie ProVita, n. 43, Luglio 2016, pp. 21-23

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