Alla fine, dopo tanto clamore, è stata una partita come le altre quella che è andata in scena la notte tra venerdì e sabato scorsi, alle cinque di notte ora italiana, a Seattle, negli Stati Uniti. Stiamo parlando della gara tra Iran ed Egitto, valida per la terza e ultima giornata del gruppo G dei Mondiali di calcio FIFA 2026. Una partita che, già a dicembre scorso prima ancora dei sorteggi dei vari gruppi, fu a sua volta sorteggiata come “Pride Match”, dunque una sorta di partita simbolo della Coppa del Mondo per quanto riguarda il mondo arcobaleno.
La scelta è ricaduta su questo match poiché si è giocato a ridosso della storica data - per il movimento Lgbt statunitense e globale - dei “famosi” moti di Stonewall, ovvero la rivolta dei clienti del bar gay "Stonewall Inn" di New York contro la polizia locale.
Una provocazione politica?
Ebbene, nonostante la scelta sia stata casuale, il fatto di insistere - nel corso dei mesi - a voler etichettare come “Pride Match” proprio Iran-Egitto è stato visto da alcuni come una scelta politica. In entrambi i Paesi, infatti, l'omosessualità è considerata illegale e attivamente criminalizzata. Di fatto, quindi, la martellante propaganda mediatica ha fatto scattare un cortocircuito di accuse e polemiche. In tal senso è doveroso e sacrosanto sottolineare che qualsiasi criminalizzazione, così come qualsiasi violenza contro le persone omosessuali, è da condannare senza se e senza ma, dunque bisogna assolutamente prendere le distanze dalle leggi egiziane e iraniane in tal senso. Questo però sembra avere poco - o niente - a che fare con una partita di calcio, soprattutto perché non si vede l’utilità - se non meramente ideologica e propagandistica - di colorare di arcobaleno un match della Coppa del Mondo.
Propaganda Lgbt mediatica
Negli scorsi mesi e fino al giorno stesso del match la “paura” dei due Paesi era quella di ritrovarsi uno stadio pieno zeppo di bandiere arcobaleno, tanto che per settimane le federazioni calcistiche di Egitto e Iran hanno chiesto espressamente alla FIFA di vietare tali bandiere o striscioni. Il risultato è stato quello di ricevere altrettante settimane di silenzio dalla FIFA, che si è “mascherata” dietro la scusa che le bandiere arcobaleno non sarebbero assimilabili a simboli politici o partitici, e quindi non si potrebbero vietare. L'unica risposta è arrivata da Eric Wall, membro del comitato consultivo del “Seattle Pride Match”, il quale non solo ha difeso la scelta della partita arcobaleno, ma ha rincarato la dose: «Non abbiamo nulla a che fare con ciò che accade all'interno dello stadio, ma avere bandiere Progress Pride dentro lo stadio è tipico di Seattle». Una dichiarazione che, lungi dal placare gli animi, ha rischiato di alimentare ulteriori tensioni.
Solo clamore: sugli spalti un flop
Alla fine si è rivelato tutto fumo e niente arrosto. O meglio, tutto clamore mediatico e niente di concreto sugli spalti del Lumen Field Stadium. Pochissime se non praticamente inesistenti, infatti, le bandiere arcobaleno sulle tribune, almeno stando alle immagini televisive che si sono susseguite nella notte italiana. Le inquadrature non hanno infatti mai inquadrato alcun tifoso “pro-Lgbt”, se non sporadicamente - si sono potuti contare sulle dita di una mano, sul totale di circa 67.000 spettatori - alcuni tifosi con la bandiera Lgbt disegnata sul volto. Per l’ennesima volta, dunque, abbiamo assistito a una totale mistificazione della realtà, con i media mainstream completamente allineati a una narrazione “rainbow”, che ha presentato per settimane questo match come “storico” e che avrebbe dovuto essere tutto colorato di arcobaleno. Alla fine, i fatti hanno svelato una semplice e normale partita di calcio (per la cronaca, finita col punteggio di 1-1), senza propagande ideologiche né politiche, come è giusto sia.