16/01/2026 di Redazione

Possibile svolta della Corte Suprema USA sugli atleti transgender. Cosa sta succedendo e perché riguarda anche l’Italia

Negli Stati Uniti il vento sulla partecipazione degli atleti transgender nelle competizioni femminili sta cambiando, già da tempo, ma ora potrebbe trasformarsi in una vera e propria svolta storica. A segnare il passaggio decisivo potrebbe essere la Corte Suprema, che ha appena aperto il confronto su un tema diventato simbolo del conflitto tra ideologia e realtà: chi può gareggiare nello sport femminile. Le discussioni, infatti, sono iniziate lo scorso 13 gennaio e il verdetto, anche se la tempistica resta incerta, potrebbe arrivare nei prossimi mesi, con effetti destinati ad andare ben oltre i confini americani, soprattutto se la decisione finale sarà quella di confermare i divieti per gli atleti transgender.

La discussione in Corte Suprema

Martedì scorso, infatti, la Corte Suprema ha ascoltato oltre tre ore di argomentazioni riguardanti due casi che contestano i divieti statali imposti ad alcuni atleti transgender di giocare in squadre in base non alla biologia ma alla loro “identità di genere”. Durante la discussione il Presidente della Corte Suprema, John Roberts, ha mostrato scetticismo verso quella che ha definito una «eccezione transgender» alle leggi basate sul sesso e, soprattutto, ha segnalato che il precedente del 2020 invocato dagli avvocati degli atleti trans e dalla comunità Lgbt non è assimilabile ai casi sportivi, indebolendo così un argomento centrale delle organizzazioni che contestano i divieti. Sei anni fa, infatti, per il caso “Bostock v. Clayton County” la Corte stabilì che licenziare un lavoratore per orientamento sessuale o identità di genere rientra nella discriminazione “in base al sesso” vietata dal Titolo VII (diritto del lavoro). Il presidente Roberts ha però chiarito che diritto del lavoro e mondo sportivo non possono essere messi sullo stesso piano.

Sempre sul fronte della difesa dei diritti delle donne, il giudice Brett Kavanaugh ha insistito sui danni che politiche inclusive portano alle donne e alle squadre femminili, ricordando che per ogni ragazza che non entra in squadra, non sale sul podio o non viene premiata c’è una perdita reale. Al contrario, i tre giudici più “liberal”, sul totale dei nove che compongono la Corte, hanno tentato di deviare la questione su una sorta di “discriminazione” basata sul sesso e sullo status di transgender degli atleti, di fatto prestando il fianco alle posizioni degli avvocati degli atleti trans che hanno chiesto ai giudici di rinviare i casi ai tribunali inferiori per costruire un fascicolo fattuale più approfondito, soprattutto sul tema, secondo loro, più controverso: se gli atleti transgender abbiano o meno un vantaggio intrinseco nelle competizioni femminili. Una richiesta che, però, è apparsa anche come una tattica studiata ad hoc: in passato, infatti, proprio alcuni tribunali inferiori hanno dato ragione agli atleti trans e chiedere di tornarci significa, di fatto, secondo la logica degli avvocati, tentare di riportare la partita su un terreno percepito come più favorevole, esercitando pressione indiretta sulla Corte Suprema e provando a spostare l’asse del giudizio.

I due casi giudiziari

Ma, facendo un passo indietro, da dove nasce tutta questa discussione in seno alla Corte Suprema? In particolare dai due casi giudiziari: “Little v. Hecox” e “West Virginia v. B.P.J.”.

Il primo nasce dall’HB 500 dell’Idaho, firmata dal governatore Brad Little il 30 marzo 2020, la prima legge statale del suo genere, pensata per riservare lo sport femminile alle donne e alle ragazze sulla base del sesso. Lindsay Hecox, donna transgender, la impugnò poche settimane dopo perché voleva provare a entrare nelle squadre femminili di atletica e cross-country della Boise State University. Un tribunale distrettuale concesse un’ingiunzione preliminare che bloccò l’applicazione della legge ed Hecox fece i provini per il cross-country ma non entrò in squadra e, durante quel periodo, risultò inoltre come membro di una squadra di calcio femminile. Hecox sostiene quindi che l’HB 500 violi la clausola di uguale protezione del XIV Emendamento, perché si baserebbe su «generalizzazioni eccessivamente ampie sui sessi». Lo Stato dell’Idaho replica con nettezza che nulla all’interno della Equal Protection obbliga a trattare uomini che si identificano come donne come se fossero vere donne nello sport o altrove.

Il secondo caso, invece, riguarda l’HB 3293, che definisce il sesso biologico come determinato dalla biologia riproduttiva e genetica alla nascita e, nella sua impostazione, tutela le competizioni femminili soprattutto quando la selezione avviene per abilità competitiva o negli sport di contatto. Qui entra in campo il Titolo IX: B.P.J. sostiene che la legge del West Virginia, applicata allo sport, violi la norma federale perché discriminerebbe ingiustamente le ragazze transgender in quanto, secondo B.P.J., non avrebbero reali vantaggi fisici. Stato risponde che il Titolo IX è nato per garantire pari opportunità e concorrenza leale alle ragazze e alle donne sulla base del sesso alla nascita e che l’identità di genere non può diventare la chiave di accesso. In questo caso sullo sfondo c’è anche una questione di legittimità in quanto il Titolo IX non parla di atleti transgender ma nel 2016 l’amministrazione Obama emanò linee guida per estenderne l’applicazione anche a bagni, spogliatoi e squadre sportive in base all’identità di genere. Linee guida che poi furono contestate e revocate dalla prima amministrazione Trump, così come ha fatto anche la seconda amministrazione Trump che ha emanato degli ordini esecutivi per revocare il riconoscimento governativo delle persone transgender nello sport.

Il possibile verdetto e le conseguenze

Ora la Corte delibererà e pubblicherà una o più opinioni: gli esiti possibili vanno da soluzioni procedurali a sentenze restrittive, fino a decisioni capaci di modificare l’intero contesto. La tempistica è sconosciuta, ma le opinioni vengono generalmente pubblicate durante le sessioni non dibattimentali e - secondo il calendario pubblico - la prima sessione utile potrebbe già essere quella del 20 febbraio, poi ne è prevista una a marzo, un’altra ad aprile, tre a maggio e quattro a giugno, con date comunque modificabili e potenzialmente ampliabili. Con buona probabilità, anche secondo quanto riferito dalla CNN, si arriverà a metà anno prima di avere un responso.

In gioco, come abbiamo visto, non c’è solo una questione giuridica e costituzionale, ma la concreta tutela della salute e della dignità di donne e ragazze. Si parla infatti di un possibile divieto che andrebbe ad incidere in tutti gli Usa, anche in ragione del fatto che - ad oggi - già 27 Stati hanno approvato norme che vietano agli studenti transgender di gareggiare in competizioni femminili. Una sentenza favorevole ai divieti, come ci si augura, avrebbe quindi un peso immediato sul piano interno ma potrebbe diventare anche un precedente culturale e politico internazionale, un segnale per le federazioni sportive di tutto il mondo e perfino per il Comitato Olimpico Internazionale. Di recente, infatti, è emerso che proprio il CIO potrebbe arrivare nel corso del 2026 a un pronunciamento e quindi a un nuovo regolamento sullo stesso tema, sulla scia delle polemiche alle scorse Olimpiadi di Parigi 2024 - con quanto accaduto con la pugile tunisina Imane Khalif con altissimi livelli di testosterone e arrivata alla medaglia d’oro - e in vista delle prossime Olimpiadi estive di Los Angeles 2028, che appunto si terranno proprio negli Stati Uniti.

E in Italia?

E in Italia, come stanno davvero le cose sul tema? Il quadro, oggi, è frammentato: non esiste una legge unica né un regolamento CONI generale, vincolante e uguale per tutti che stabilisca in modo uniforme l’accesso o meno degli atleti transgender alle categorie femminili. Si deve quindi fare riferimento ai regolamenti delle singole Federazioni, che spesso si limitano a recepire le regole della Federazione internazionale di riferimento, in linea con un’impostazione del Comitato Olimpico Internazionale che spinge su criteri sport-specifici e non su un modello “unico”. Tuttavia alcune Federazioni prevedono requisiti sportivi aggiuntivi che vanno oltre i documenti, spesso legati alla pubertà maschile e/o al testosterone. Un esempio emblematico è l’atletica leggera: nelle nuove norme per il 2026, la FIDAL recepisce World Athletics e disciplina espressamente gli atleti transgender, prevedendo per l’accesso alla categoria femminile criteri molto stringenti, ovvero: l’assenza di pubertà maschile oltre Tanner 2 (il secondo stadio della scala di Tanner, cioè una fase iniziale della pubertà in cui compaiono i primi segni di sviluppo sessuale) oppure oltre i 12 anni; il mantenimento continuativo del testosterone totale sotto una soglia molto bassa; una procedura di verifica gestita dalla Federazione. Il tutto, però, senza richiedere obbligatoriamente degli interventi chirurgici. Il risultato pratico è che l’accesso alle categorie femminili diventa quasi precluso per chi abbia attraversato una pubertà maschile, ma si tratta di paletti che, seppur abbastanza restrittivi, sembrano ancora troppo “morbidi” perché non affermano un divieto chiaro e semplice basato sul sesso biologico. Lasciare un varco, pur strettissimo, significa ammettere che un nato maschio possa entrare nella categoria femminile se rientra in criteri tecnici, e questo sembra non garantire la certezza necessaria per proteggere davvero donne e ragazze. Anzi, può comunque portare al rischio di zone grigie, legate alla gestione caso per caso. Nel caso della pallavolo - sempre in Italia - le impostazioni sono diverse e fanno riferimento al modello CIO del 2015, centrato su una soglia minima di testosterone e di un periodo di almeno un anno di controlli e produzione costante di documentazione medica, dunque con un approccio meno legato alla pubertà e più al parametro ormonale.

Infine, ci sono le realtà che si basano solo esclusivamente sulle regole internazionali che, di fatto, “rimbalzano” sulle scelte nazionali. Per esempio nel nuoto e negli sport acquatici le policy internazionali richiamano l’idea di una “open category”; nel ciclismo, invece, è stato annunciato lo stop per chi abbia transitato dopo la pubertà maschile; mentre nel rugby le linee guida sono più stringenti e concentrate su welfare e sicurezza fisica. In questo scenario, dunque, l’Italia può e deve guardare con interesse a ciò che sta accadendo negli Usa. Un’eventuale sentenza della Corte Suprema a favore dei divieti sarebbe infatti un segnale potente, un esempio di ritorno alla verità biologica e a un criterio di equità semplice e comprensibile, proprio quello che Pro Vita & Famiglia chiede da tempo - anche con una petizione indirizzata a CIO e CONI - alle istituzioni sportive internazionali e nazionali, per impedire che lo sport femminile venga svuotato, messo a rischio e reso ingiusto.

 

 

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