01/05/2015

Perché l’omosessualità NON è naturale – parte III

Abbiamo detto che l’ omosessualità è oggetto del nostro studio principalmente dal punto di vista morale (prima parte).

La morale (o etica) ci dice non quello che l’essere umano fa, ma quello che dovrebbe o non dovrebbe fare, e i principi morali supremi sono: “Si deve fare il bene”; “Si deve evitare il male”. Abbiamo pure detto che il male si definisce in generale (e in senso metafisico) come privazione del bene, cioè come assenza di un bene dovuto, e che è il fine, la finalità iscritta nella natura delle cose, che ci indica quando il bene è “dovuto” (seconda parte).

Una volta acquisite queste nozioni siamo pronti per entrare nel campo morale.

Non ogni “bene” e, per contrasto, non ogni “male” (privazione di bene) in senso metafisico costituiscono anche un bene o un male morale. Al bene e al male morale sono connessi una serie di concetti come merito, colpa, pena, virtù che non competono ad altri tipi di bene e di male. Il sole e l’acqua fanno bene alle piante in quanto concorrono al loro sviluppo, ma questo bene non è un bene morale. Il sole e l’acqua non hanno particolare “merito” nella realizzazione di questo bene, e se non lo facessero non sarebbero “colpevoli” di alcunché.

Se un cane morde un bambino provocando una grave lesione, sicuramente faremmo ricorso a termini simili a quelli che utilizzeremmo se la grave lesione fosse provocata volontariamente da una persona (“è una cane cattivo“; “si merita una punizione“, ecc.), e tuttavia è chiaro che queste espressioni, anche se materialmente simili, hanno un senso profondamente diverso se riferite a una persona: la persona che lede, magari per motivi futili, un bambino, è cattiva in senso diverso dal cane. Tant’è che il cane non viene sottoposto a processo, non vengono fatte lunghe indagini per accertare la “colpevolezza” del cane, non viene richiesto il “pentimento”, il cane non andrà, eventualmente, a confessarsi, ecc.

E anche se al cane viene applicata una “pena”, essa ha un carattere diverso dalla pena alla quale viene sottoposta una persona colpevole: punendo il cane si mira a prevenire solo una certa reazione futura e a ottenere una certa regolazione dell’istinto (cioè che non si comporti in modo simile nel futuro). Per una persona invece, la pena ha una finalità molto più profonda e ampia: accanto a una finalità preventiva (e social-preventiva), anche una finalità retributiva, e una educativa che implica prendere consapevolezza del male commesso, e magari chiedere perdono e risarcire la vittima.

In fondo, il bene e il male fatto dall’uomo è così particolare perché, e nella misura in cui, implica una realtà molto importante: la LIBERTA’.

Infatti se l’azione (cattiva) non fosse liberamente voluta (o almeno permessa) non ci sarebbe colpevolezza e quindi pena, anche ai sensi delle legislazioni civili.

Se l’azione (buona) non fosse liberamente voluta, non ci sarebbe neppure “merito” e quindi diritto a una ricompensa.

Se non vi fosse libertà, in altre parole, se gli atti dell’uomo non sgorgassero dalla sua volontà come da qualcosa di cui la persona è in ultima analisi responsabile, se gli atti fossero totalmente prodotti da meccanismi inconsci, predeterminati e necessitanti, non vi sarebbe moralità alcuna: il merito, il rimorso, la virtù, la pena, la colpevolezza, tutte queste cose perderebbero senso. Perché giudicare come “malvagio” e applicare una pena a qualcuno che non avrebbe potuto fare altrimenti? Quale merito ha chi non poteva scegliere diversamente? Senza la libertà, domandarsi cosa l’uomo dovrebbe o non dovrebbe fare sarebbe privo di significato: senza la libertà l’uomo sarebbe capace di fare in un determinato momento solo ciò che fa di fatto, come mero risultato dell’insieme di cause condizionanti e necessitanti.

Ecco quindi il primo ingrediente della moralità: che l’atto sgorghi in qualche modo dalla libera volontà. Potrà essere bene o male morale, dunque, se è in relazione con il libero arbitrio.

Un bene o un male in senso metafisico acquisisce rilevanza morale quando è oggetto di un atto libero. Poiché la libertà è capacità propria della persona (essendo dotata di intelligenza e volontà), il bene o male morale potrà essere compiuto solo da essa. Non ogni atto della persona è un atto morale, ma solo quello compiuto con coscienza e volontà.

Detto questo, è necessario capire quando un atto che ha rilevanza morale si qualifica come “buono” (che si deve o si può fare) e quando è invece “cattivo” (che non si deve fare). In effetti sorge un ulteriore problema: non ogni “male fisico” liberamente compiuto è anche un “male morale”. Anzi, qualche volta il compimento di un “male fisico” può essere un “bene morale”. Si prenda ad esempio l’amputazione di un arto. Amputare una gamba è certamente un certo “male”: si priva qualcuno di un bene (la gamba) che normalmente dovrebbe avere. Se questa azione viene fatta per vendetta o per futili motivi è un’azione moralmente cattiva. Se però l’amputazione viene fatta per salvare tutto il resto del corpo essa è moralmente buona.

Come si vede, la bontà o meno dell’azione dipende di nuovo dalla finalità. Benché la gamba sia, fisicamente, un bene, amputarla può paradossalmente essere un bene in certe circostanze. Queste circostanze particolari sono esattamente quelle nelle quali l’assenza (amputazione) della gamba è l’unico modo per realizzare nei limiti del possibile il fine (ultimo) che avrebbe dovuto normalmente realizzare la presenza della gamba: cioè l’essere/benessere e la funzionalità di tutto l’organismo.

E’ un tipico esempio del principio di “totalità”: le parti sono finalizzate all’essere del tutto. Qualora la presenza di una parte (per malattia o altro) contraddica questa finalità, diventando causa della distruzione del tutto, è moralmente lecito (a volte doveroso) sopprimerla, proprio per conseguire il fine di preservare il bene totale della persona (cioè il fine al quale la parte era di per sé ordinata). La soppressione della parte è allora una “privazione” solo in senso fisico, e non anche in senso morale, in quanto il fine superiore, il bene della persona in quanto tale (e non il bene particolare di una sua parte) non viene rimosso ma piuttosto realizzato, in quelle circostanze, dalla soppressione della parte.

Tutto ciò non implica che ogni male, per il fatto di essere voluto a fin di bene, diventi automaticamente un bene. Si dice infatti che “il fine non giustifica i mezzi”. Questo significa precisamente che il fine non giustifica necessariamente i mezzi. Se “i mezzi” sono in sé buoni oppure moralmente indifferenti, il fatto che il soggetto li ponga in essere per un buon fine li rende a loro volta buoni. Ad esempio: guidare una macchina (cosa in sé moralmente indifferente) al fine di fare visita e confortare un malato in ospedale.

Il fine è ancora capace di “giustificare” i mezzi quando, pur essendo il “mezzo” normalmente vietato, esso viene perseguito proprio per realizzare il fine al quale il divieto era ordinato. E’ il caso dell’amputazione per ragioni mediche (il divieto in circostanze normali di tagliare una gamba ha come fine, in ultima analisi, la funzionalità dell’organismo; fine che nel caso specifico viene però realizzato dal compimento dell’azione normalmente vietata).

Altro esempio: normalmente è vietato passare con il semaforo rosso. Ma si può moralmente “saltare” il semaforo per portare una persona gravemente ferita rapidamente in ospedale. Infatti il codice della strada ha come finalità, in ultima analisi, la sicurezza e l’integrità fisica dei cittadini. Le sue prescrizioni possono quindi essere disattese quando è chiaro che l’applicazione della norma nel caso concreto ostacolerebbe il fine per il quale la norma esiste. Casi analoghi si verificano ogni volta che si è costretti a disattendere la “lettera” della legge nell’ipotesi in cui non ci sia altro modo di realizzare la “ratio” (cioè il fine) della legge stessa.

Il fine dell’agente, tuttavia, non giustifica i “mezzi” che sono intrinsecamente immorali: si tratta di atti che sono in sé disordinati, in quanto contraddicono una finalità che è in qualche modo già “ultima” e non subordinabile. L’azione risulta così “intrinsecamente immorale” o disordinata perché, ad esempio: 1. nega il bene della persona in quanto tale e in quanto “tutto” (nega la sua stessa esistenza; implica di trattarla non come persona ma come “cosa”, ecc.); 2. la facoltà o l’operazione che viene attualizzata ma il cui fine è contraddetto, è di per sé ordinata al bene della persona in quanto tale e in quanto tutto (all’esistenza stessa della persona; ai massimi beni spirituali); 3. l’atto contraddice in ogni caso i fini ultimi della natura umana (l’esistenza e il bene comune dell’intera società; e soprattutto, in senso trascendente, Dio stesso).

Esemplificando, in relazione al n.1 del paragrafo precedente: non si possono ridurre persone in schiavitù al fine di avere manodopera per produrre importanti opere pubbliche per quanto siano necessarie e buone (ospedali, scuole, ecc.); non si può uccidere direttamente una persona innocente per salvarne due. L’atto sessuale disordinato, come vedremo, rientra nel n.2 del paragrafo precedente: cioè la facoltà attualizzata dall’atto sessuale completo è proprio quella finalizzata al bene della persona come tutto (la sua stessa esistenza), e quindi le per-versioni dell’atto sessuale (tra le quali gli atti che assecondano l’omosessualità, ma non solo) non sono “giustificabili” da ulteriori finalità. Naturalmente, questo sarà oggetto di approfondimento nelle prossime puntate.

Ricapitolando: si entra nel dominio della moralità quando si incontra la libertà. In questa sfera, il bene e il male non corrispondono tanto a una “perfezione” e a una “privazione” immediatamente fisiche, ma si deve analizzare la relazione dell’azione con il bene della persona in quanto tale, in particolare con i fini ultimi della natura umana.

E’ da questa serie di conclusioni che ha preso forma, già nella filosofia greca, ma soprattutto in quella dei pensatori cristiani, la nozione di “legge naturale” e di “diritto naturale”. Nozione totalmente diversa da quella tramandataci da certo “giusnaturalismo” successivo. La vera “legge naturale”, non in senso fisico ma in senso morale, è quella che risulta dalla riflessione che abbiamo cercato di sviluppare: è data dall’insieme “doveri” che si impongono alla coscienza dell’uomo allorché considera le finalità della sua natura. “Doveri” che sono conseguenze di quel originario imperativo morale di “fare il bene/evitare il male”.

Bludental

Questo “imperativo” non è di tipo kantiano. Non si auto-giustifica il dovere con il dovere. Al contrario, abbiamo visto come il dovere del bene, e quello opposto di evitare il male, hanno un fondamento metafisico e corrispondono ai beni verso i quali la natura stessa dell’uomo tende, definendosi in funzione delle finalità oggettive che caratterizzano l’essere dell’uomo. Quei beni, quelle finalità, perché così è l’uomo.

Non sempre, come dicevamo, una tale concezione della natura e della morale ha ispirato i sistemi di “legge” o “diritto naturale”: è il caso di un certo giusnaturalismo illuministico. Famosa è la concezione di J. J. Rousseau per il quale il diritto naturale non sarebbe altro che il diritto vigente in un supposto (e fantastico) stato di natura pura, primitiva e felice: lo stato del “buon selvaggio”. “Natura” ha per questo pensatore un significato genetico o “storico” (anche se niente è meno storico dello stato di natura ipotizzato) e non finalistico. L’uomo naturale è quello della condizione pre-sociale di libertà, indipendenza e uguaglianza, è l’uomo “buono per natura” poi rovinato dalla civiltà.

Insomma per Rousseau, “Tarzan” nella giungla potrebbe essere il tipo di uomo che vive secondo la “legge naturale”. Secondo, invece, la concezione realista (e cristiana) della legge naturale, l’aggettivo naturale non richiama la “giungla” o l’uomo astratto dalla cultura e dalla civiltà ma la perfezione della persona in quanto tale ed a cui è finalisticamente orientata: in questo senso la civiltà e anche la tecnologia sono (normalmente) secondo natura. L’uomo virtuoso che studia sui libri e magari utilizza un computer è più naturale (in senso morale) che Tarzan nella giungla.

La tecnologia, mezzo in sé lecito o moralmente indifferente, è quindi buona se sostiene le facoltà dell’uomo, concorre al suo perfezionamento, sostituisce la funzionalità di certe sue parti difettose per il bene del tutto, lo rispetta in quanto essere libero, non riducibile a mero “mezzo”, ecc. Il suo uso diventa moralmente illecito se invece concorre alla distruzione dell’uomo, contraddice i processi finalizzati alla sua esistenza, implica un potere di disposizione sull’essere umano come se fosse “cosa” e non persona, ecc.

Fatte queste (lunghe ma necessarie) premesse, nella prossima puntata affronteremo direttamente (e finalmente!) il problema dell’omosessualità ...

Cliccare qui per leggere la quarta parte.

Alessandro Fiore

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