20/05/2020 di Giuliano Guzzo

Per l’Onu bisogna cambiare modo di parlare. Niente più “marito” né “moglie” e neanche “poliziotto”

Attenti a dire «fidanzato» o «fidanzata»: meglio optare per partner. E soprattutto, meglio mandare in soffitta i vetusti «marito» e «moglie», in favore del neutro e politicamente corretto «spos*». Sono le nuove, bizzarre raccomandazioni lessicali dell’Onu che giusto due giorni fa, su Twitter, ha pubblicato una sorta di nuovo decalogo linguistico antidiscriminatorio. Perché il pretesto per veicolare tali novità, in fondo, è sempre quello: quello di propiziare un mondo più equo e meno sessista.

Un fine apparentemente nobile anzi inattaccabile, che però diventa attaccabile eccome, nel momento in cui, per raggiungerlo, si introducono dettami devastanti. Infatti, nel momento in cui termini come «fidanzato» e «fidanzata» o «marito» e «moglie» finissero nel dimenticatoio, a farne le spese non sarebbe affatto – come lascia intendere l’Onu – una visione sessista della società, bensì la differenza sessuale. E la differenza sessuale non è un’eredità della cultura patriarcale bensì un dato di realtà, chiaro ed evidente a chiunque non abbia i paraocchi. Ecco che allora il nuovo decalogo linguistico delle Nazioni Unite si rivela essere qualcosa di minaccioso in quanto volto a neutralizzare, in perfetta salsa gender, quel tesoro che risponde al nome di differenza sessuale.

Ma non è purtroppo finita. Una seconda e, se possibile, ancor più insidiosa per non dire orwelliana conseguenza delle nuove raccomandazioni Onu sui termini da impiegare o meno, consiste nella progressiva cancellazione perfino concettuale della famiglia. Come si può difatti concepire la famiglia, anche solo a livello mentale, nel momento in cui i termini «marito» e «moglie» vengono banditi o sconsigliati? E’ chiaro che non si potrebbe più. Di qui l’importanza di rigettare siffatte nuove indicazioni e di tornare a difendere non solo le parole «marito» e «moglie», ma la stessa famiglia che è sempre stata il nemico giurato delle dittature. Lo dimostra la storia.

Basti qui ricordare che subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre - il 19 ed il 20 dicembre 1917 – i comunisti, per destrutturare l’istituto familiare, si precipitarono a varare due provvedimenti: il primo, sul divorzio, stabiliva che bastasse la richiesta di uno solo dei coniugi per ottenerlo (Lenin definì l’iter giudiziario per il divorzio «vergogna borghese»), mentre il secondo decretò l’abolizione del matrimonio religioso in favore di quello civile. In altre parole parole, ben prima che riscattare il proletariato, i comunisti se la presero con la famiglia per instaurare il loro clima di terrore: qualcosa dovrà pur dire.

Ora, qualcuno potrebbe replicare che l’Onu e l’Unione sovietica sono realtà lontanissime fra loro: ed è vero. Tuttavia, allorquando nel mirino viene messa la famiglia c’è sempre qualcosa di cui preoccuparsi. Ed è precisamente quanto avviene anche ora, con una intensa e concentrica campagna di demonizzazione dell’istituto familiare, che da una parte vede beniamine ambientaliste come Greta Thunberg tuonare contro i «patriarchal systems» - cosa che la giovane svedese ha fatto in un editoriale per il forum dell’Onu sul clima – e, dall’altra, registra prese di posizione come quella della filosofa femminista Sophie Lewis, la quale dell’istituto familiare, nei suoi scritti, propone apertamente l’abolizione.

Ecco che allora ci troviamo in un periodo storico in cui altro che aboliti: termini come «fidanzato» e «fidanzata» e«marito» e «moglie» vanno promossi e riscoperti quali presidi del buon senso e della libertà di pensiero contro la tirannia del pensiero unico gender; non ne va, infatti, tanto e solo di una certa corrente di pensiero bensì della libertà di poterne avere una. Questa è la reale posta in gioco anche se troppi, di fatto, non l’hanno ancora compreso.

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