30/05/2016

Omosessualismo e discriminazione: Diversity Management

I noti marchi qui sopra raffigurati appartengono a 25 aziende davvero politicamente corrette, che hanno aderito all’associazione Parks,  fondata dall’On. Ivan Scalfarotto, votata alla propaganda dell’omosessualismo e alla discriminazione ingiusta di tutti coloro che non sono dichiaratamente omosessuali.

Le aziende in questione hanno vinto il “Diversity Index”, un premio istituito dalla Parks, per evidenziare le loro politiche aziendali gay friendly.

Sul sito della Parks si legge che essa è volta a  “costruire un posto dove il successo di ciascuno si fonda esclusivamente sul proprio talento, la capacità e la qualità delle prestazioni lavorative e non ha nulla a che fare con caratteristiche personali quali il genere, le abilità, l’età, l’origine etnica, l’orientamento sessuale o l’identità di genere”.

Giustissimo. Condivisibile al 90%. Ci permettiamo qualche dubbio sulla discriminazione delle abilità: un contabile che non sappia far di conto, un sarto che non sappia cucire, un disegnatore che non sappia disegnare, penso proprio che debba essere discriminato sul posto di lavoro. O no? E anche sull’età, oggettivamente, necessariamente, qualche discriminazione in relazione al lavoro che si deve svolgere e all’esperienza necessaria, sarà da fare. O no?

Ma poi ad andare a leggere bene, in realtà l’unica discriminazione che interessa alla Parks è quella nei confronti delle persone LGBT. Non nel senso che esse non debbono essere discriminate (il che sarebbe davvero ingiusto), ma nel senso che vanno discriminati e stigmatizzati tutti gli altri.

Infatti, poi si evince che il diversity management”, cui vengono educati i datori di lavoro aderenti alla Parks, consiste nella creazione di un budget autonomo per comunicare all’esterno e durante i colloqui per la selezione del personale, e la scelta dei fornitori la loro preferenza per chi appartenga a uno dei generi LGBTQIA(...).

Tutti costoro sono quindi categoria protetta, per cui l’azienda spende denari extra. Chi ritenesse che il “genere” e i gusti sessuali non debbano davvero influire sulla carriera e sul successo lavorativo, tanto da non doverlo dichiarare pubblicamente, invece è considerato omofobo, escluso dalla lista dei fornitori, escluso da premi e prebende...

Figurarsi uno che fosse convinto che i rapporti omosessuali o i trattamenti chirurgici di riassegnazione del sesso siano nocivi alla salute psico-fisica dell’individuo. Sul posto di lavoro sarebbe comunque costretto a portare la coccarda arcobaleno?

Siamo alle solite: l’omosessualismo che combatte la discriminazione è esso stesso discriminazione, imposizione di uno stile e una visione della vita, che deve essere per forza condivisa da tutti coloro che non vogliono subire la pena della ghettizzazione e lo stigma sociale.

Il “Diversity Index”, l’indice della diversità, è pur sempre un indice che impone di mettere al centro delle politiche aziendali e del reclutamento del personale l’orientamento sessuale come fatto sociale rilevante, quando invece è fatto privato e intimo: davvero dovrebbe essere ininfluente rispetto al lavoro e alla carriera. E le brillanti carriere lavorative, in ogni ambito, di personaggi dichiaratamente LGBT, a cominciare dalla carriera dell’on. Scalfarotto in persona, stanno lì a dimostrare che non è vero che la nostra è una società “omofoba”.

Gli “eterofobi” sono loro, quelli che sono tanto accecati dall’omosessualismo, che non vedono che oggi, nella realtà, accadono ben altre discriminazioni. Oggi, nella realtà, a una giovane che va a sostenere colloqui di lavoro viene caldamente raccomandato di togliersi la fede nuziale.

Redazione


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