06/06/2018

Omofobia: una parola, un grande equivoco

Torniamo su un concetto, quello di “omofobia”, non certo nuovo ai nostri Lettori: c’è chi voleva farne una legge (e lo stesso è successo a livello locale), c’è chi per l’accusa di omofobia è morta, c’è chi – giustamente – rileva come sia un problema inesistente, anche data la non univocità del significato del termine; e, infine, c’è anche chi propone un “farmaco” per “curare” questa presunta “malattia”.

Ma è un tema del quale è bene continuare a parlare, per rimarcare l’inganno che può celarsi dietro l’uso di certe parole, spesso senza che ce ne rendiamo conto: la neolingua dilaga, nel silenzio.

Omofobia: equivoco e parola

Il termine omofobia fu coniato dallo psicologo americano George Weinberg nel suo libro Society and the Healthy Homosexual (La società e l’omosessuale sano) del 1971.

Composto dal prefisso omo, che deriva dal greco ὁμός (homos) = stesso, medesimo, e da fobia, che deriva dal greco φόβος (fobos) = paura, significherebbe alla lettera paura dell’uguale.

Tuttavia, essendo il termine carico di valenza allusiva, perché omo è matrice delle parole che indicano l’omosessualità, viene ad indicare propriamente la paura dell’omosessualità e delle manifestazioni ad essa riconnesse.

C’è da aggiungere ancora che il termine fobia sottintende una forma psicopatologica dietro cui si possono rintracciare tendenze devianti, sensi di colpa, complessi, repressione (Weinberg era uno psicologo clinico). Indicherebbe, quindi, una risposta irrazionale che può avere manifestazioni diverse su una scala che va dalla paura alla repulsione, dall’avversione generica alla reazione intollerante e violenta.

L’omofobia sarebbe, conseguentemente, per Weinberg, una fobia di ciò che è omo, e cioè omosessuale, insorgente dal profondo, da livelli subliminali aventi a che fare con frustrazioni personali, istintività etc.. Si verrebbe, quindi, a collocare laddove il pregiudizio si impone sul riconoscimento, laddove la chiusura diventa esclusione del diverso e odio. Non è un caso che l’Unione Europea consideri l’omofobia analoga alla xenofobia e, quindi, al razzismo, all’antisemitismo e al sessismo (Risoluzione del Parlamento europeo sull’omofobia in Europa, approvata a Strasburgo il 18 gennaio 2006).

Tuttavia, nel termine omofobia è implicito un rischio omologante. Esso si materializza quando – come ha scritto Gabriele Kuby in La rivoluzione sessuale globale – «il rifiuto degli stili di vita omosessuali per motivi antropologici, psicologici, medici, sociali e religiosi» è indistintamente assimilato a una paura nevrotica. In tal caso, il termine veicola un’ideologia che pretende di ingabbiare la differenza sessuale in un modello precostituito, unidimensionale, riconducendo indifferentemente l’etero (= altro, diverso) all’omo (= stesso, uguale).

Ne consegue il passaggio dalla lotta alla discriminazione alla forzatura del diritto con l’equiparazione delle unioni civili omosessuali al matrimonio, il diritto al figlio per le coppie omosessuali, l’eventualità di una persecuzione penale, non solo degli atteggiamenti in contrasto con quello stile di vita, ma anche delle opinioni, delle visioni e dei giudizi diversi. Ne consegue ancora l’imposizione di un modello educativo unico che tocca l’infanzia inconsapevole e intacca la libertà dei genitori a decidere dell’istruzione dei propri figli.

Occorre, perciò, distinguere fra il rispetto dovuto alle persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, dalla razza, etnia o religione, e un’ideologia che azzera e surroga la differenza sessuale, a prescindere anche dal dato biologico. Ancora più occorre denunciarne i risvolti intolleranti, specie quando ci si spinge a imporre a bambini scelte e orientamenti che sono propri degli adulti, negando loro il diritto ad una mamma e ad un papà.

Né è compito secondario la ricostruzione del linguaggio, che si esplica nel chiarimento dei significati palesi e nascosti che sono dietro le parole. Perché, come scriveva il filosofo inglese Bacone, «le parole possono fare grande violenze alle cose», ingenerando equivocità e doppiezza.

Clemente Sparaco

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