23/06/2020 di Manuela Antonacci

Olanda, dottoressa esegue eutanasia forzata su una donna con demenza simile

“Non voleva morire, non potevo abbandonarla”. Una forma di soccorso strana, quella prestata e raccontata dal medico olandese Marinou Arends che, di fatto ha drogato e ucciso un’anziana con demenza senile, contro il suo volere. Il fattaccio è avvenuto il 22 aprile 2016, tramite iniezione letale. In tutti questi anni il nome della dottoressa in questione, non è mai saltato fuori ma è stato protetto dall’anonimato finché la Arends non è stata assolta dal tribunale dell’Aia, lo scorso settembre, assoluzione riconfermata dalla Corte Suprema olandese a cui era stato rinviato il caso.

Eppure la geriatra, oggi, verrebbe da dire “fortunatamente” in pensione, non è affatto pentita, anzi ha dichiarato candidamente che lo rifarebbe. In un’intervista rilasciata ad un programma televisivo olandese, la dottoressa, ha insistito sulla ferma intenzione sorta in lei, sin dall’inizio, di “aiutare” l’anziana a morire, sin dal suo primo giorno di ricovero in reparto.

E già da qui si comincia ad intuire la vena sadica che la muove. Ma andiamo con ordine: la donna era stata ricoverata presso la casa di riposo “Florence”, dai parenti e, proprio nel reparto gestito dalla Arends. Quest’ultima, aveva preso ad osservare l’anziana che spesso manifestava una certa insofferenza, dovuta forse proprio alla malattia da cui era affetta. Un pensiero costante comincia, così, a farsi spazio nella mente della dottoressa, soprattutto dopo aver saputo del testamento biologico firmato dalla donna, in cui ella stessa aveva dichiarato di essere disposta a ricorrere all’eutanasia se fosse stata ricoverata in una casa di riposo.

Un pensiero divenuto, come si evince dall’intervista, ben presto, martellante nella testa della dottoressa che prende a chiacchierare con la donna, con la scusa di sorseggiare del the e sentendola stanca ed inquieta, decide di darsi da fare per “aiutarla” a morire, nonostante la paziente, durante le loro chiacchierate, non si fosse mai pronunciata in questo senso. Anzi, tutto il contrario! Infatti, dopo i tentativi reiterati dalla Arends di cavare dalla bocca della donna una risposta affermativa alle sue domande sulla sua intenzione di morire, sarebbero puntualmente seguite risposte indirizzate verso un no deciso, per la precisione: “Penso ci stiamo spingendo troppo lontano, morta no”. Ma per la dottoressa quelle parole non hanno nessun valore e al contrario, la portano ad incaponirsi nel mettere in atto il suo intento, appellandosi al testamento biologico della donna. Eppure, proprio nel documento in cui aveva espresso le sue ultime volontà, la povera paziente, aveva specificato che avrebbe fatto sì, ricorso all’eutanasia, ma solo “su mia richiesta, quando riterrò che sia giunto il momento” e “quando sarò nel pieno delle mie facoltà per richiederla”.

Questo importa poco alla Andersen né tantomeno la porta a porsi il problema morale di decidere al posto di una donna con demenza senile avanzata, anzi, ostentando uno spirito quasi da “missionaria”, la dottoressa della morte ha sostenuto, nell’intervista, che un medico ha il dovere di “interpretare il testamento biologico”. In virtù di questo “spirito”, contro la volontà della paziente, stabilisce ella stessa il giorno della sua morte “indotta”: il 22 aprile 2016. L’aspetto più inquietante della vicenda è che, durante il vero e proprio omicidio della donna, sono presenti il marito (con cui la vittima era sposata da ben 50 anni) sua figlia e suo genero, complici dall’inizio alla fine. Sono loro infatti, a dare il permesso alla Andersen di versare della droga nel caffè che viene fatto ingurgitare alla poverina, in modo da consentirle di praticarle agevolmente le iniezioni.

Tuttavia, proprio quando credono di essere vicini a sbarazzarsi della donna, è a quel punto che si verifica una cosa non prevista ed agghiacciante: l’anziana, improvvisamente si sveglia e nonostante la demenza senile, forse per un istintivo spirito di sopravvivenza, capisce cosa sta succedendo e comincia ad agitarsi nel tentativo disperato di sottrarsi all’esecuzione. Ma la dottoressa-boia, ostinatamente, con l’aiuto della figlia e del marito dell’anziana (aspetto più diabolico della vicenda) la immobilizzano nel letto e, aiutano la “dottoressa” a finire la procedura. La povera donna muore di lì a poco, con la devastante complicità di tutta la sua famiglia.

Ma non finisce qui, perché, dopo due anni di processi Marinou Arends ha avuto il coraggio di dire in televisione che lo rifarebbe. Questo non deve meravigliarci perché, anzi, mostra con chiarezza che quando si cominciano a levare certi paletti, prima o poi la diga crolla e la corruzione e il male dilagano, per questo certi principi non sono “negoziabili”: nel momento stesso, infatti, in cui si comincia a discuterne, automaticamente si va verso la relativizzazione della vita umana stessa e ogni senso morale si dissolve in un mero spirito utilitaristico, cinico e non ultimo, omicida.

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