Pochi giorni fa, il 17 dicembre, l'Assemblea generale ONU ha votato con una maggioranza di 81 a 77 la cancellazione del riferimento all'orientamento sessuale e all'identità di genere (SOGI, “Sexual Orientation and Gender Identity”) nella Convention on the Rights of Persons with Disabilities, cioè la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Il documento
Stiamo parlando di un trattato internazionale del 2006 con cui gli Stati si impegnano a promuovere, proteggere e garantire alle persone con disabilità il pieno ed eguale godimento dei diritti umani, rimuovendo discriminazioni e barriere fisiche, sociali, culturali, digitali. Un testo dentro il quale, però, c’era chi voleva inserire e lasciarvi un riferimento all’identità di genere.
Una vittoria di buon senso
L’Assemblea ha votato la revisione del documento, ma tra i vari emendamenti ha anche approvato quello che - appunto - ha eliminato ogni riferimento all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Una grande vittoria, quindi, per le persone con disabilità e in generale anche per bambini, famiglie, per i diritti dei genitori e per le sovranità nazionali, nonostante dobbiamo - per dovere di cronaca e onestà intellettuale - riportare il voto negativo arrivato da parte dei rappresentanti all’Onu di Ungheria e Italia. È stato decisivo, invece, il voto favorevole degli Stati Uniti che hanno appoggiato la mozione (A/80/L.40) proposta dall’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, anche se non tutti i Paesi arabi hanno votato a favore.
La propaganda gender
Ricordiamo che il riferimento all'orientamento sessuale e all'identità di genere non ha alcun fondamento nel diritto internazionale ed è voluto solo da una minoranza di Stati membri delle Nazioni Unite: il SOGI, infatti, è sempre stato usato non per evitare ingiuste discriminazioni, ma per giustificare i programmi delle Nazioni Unite che calpestano il diritto dei genitori a istruire ed educare i figli (sancito peraltro dall’art. 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) e per esporre i minori alla propaganda di stampo Lgbtqia+ alla sessualizzazione precoce veicolata dall’educazione sessuale globale. Di solito, infatti, proprio per via dei riferimenti all'orientamento sessuale e all'identità di genere gli Stati vengono obbligati a sostenere pratiche come per esempio le “terapie affermative”, a vietare quelle "riparative" e a garantire l’accesso dei minori ai bloccanti della pubertà e al cambiamento di sesso.
Per anni, in tal senso, gli attivisti Lgbt+ hanno cercato di utilizzare le risoluzioni delle Nazioni Unite per introdurre silenziosamente nuovi concetti e termini sociali controversi, mai concordati dai Paesi nel diritto internazionale. Una volta che tali termini entrano nei testi delle Nazioni Unite, vengono utilizzati per fare pressione sui governi, influenzare i tribunali e rimodellare le leggi nazionali, principalmente su questioni delicate che riguardano l'infanzia, l'istruzione, la vita familiare e l'autorità genitoriale. Il voto di ieri, invece, ha bloccato questo processo sul nascere! Gli Stati, dunque, hanno inviato un messaggio forte: non si possono creare nuovi diritti artificiali, le famiglie e i genitori devono essere rispettati, il diritto internazionale appartiene a tutte le nazioni, non a una minoranza rumorosa di prepotenti che, sulla pelle di persone fragili e dei bambini, guadagnano lauti profitti.