30/01/2018

Neuroscienze al confine tra la vita e la morte

La sciagurata legge sul fine vita (biotestamento, Dat, eutanasia nostrana) entra in vigore il 31 gennaio 2018. Essa consente di uccidere,  togliendo il respiratore o il cibo e l’acqua, i pazienti non in grado di esprimersi: o perché l’hanno chiesto in dichiarazioni anticipate fatte chissà quanto tempo prima e in quali circostanze, o perché lo chiede un rappresentante o un fiduciario.

Supponiamo un momento che il malcapitato sia cosciente, non voglia morire e non riesca a farlo capire: la fine della sua vita non sarà né frutto dell’autodeterminazione, né dignitosa, né indolore.... un incubo da film horror.

Ma è davvero possibile che accada qualcosa del genere? Risponde in un libro uscito lo scorso settembre un neuroscienziato canadese.

zona grigia_owen_vita_morteIl dottor Adrian Owen  è un ricercatore in neuroscienze cognitive e imaging dell’Ontario Brain and Mind Institute che ha scritto un libro intitolato “Into The Grey Zone: Un neuroscienziato esplora il confine tra la vita e la morte” .

Owen ha dedicato la sua ricerca ai pazienti con gravi danni cerebrali: da 20 anni cerca di restituire loro la capacità di esprimersi, laddove e fin dove è possibile, anche con lo scopo di togliere d’impaccio i membri della famiglia che sono posti davanti alla  scelta di ritirare i supporti vitali (scelta caldeggiata e incoraggiata dalla mentalità eutanasica che in Canada è anche più “avanti” che da noi ).

Ci sono pazienti che finora si pensava fossero incapaci di prendere decisioni, che invece potrebbero essere capaci di farlo: Owen vuole sviluppare tecnologie e usare la neuroscienza per restituire in qualche modo la voce a questi pazienti.

Innanzi tutto bisogna chiarire che i pazienti gravemente cerebrolesi sono uno diverso dall’altro: è sbagliatissimo generalizzare. Il coma (transitorio) è diverso dal cosiddetto “stato vegetativo persistente“, che la gente purtroppo continua ad abbreviare con “vegetativo”, che può durare decenni. Ancora diversa è la sindrome del locked in, con la quale il paziente è cognitivamente presente, ma ha perso fisicamente tutti i movimenti del corpo o forse riesce a muovere solo occhi o sopracciglia. Una diagnosi che distingua queste situazioni con esattezza è difficilissima da indovinare.

Owen ha scoperto (nel tempo) che almeno un paziente su cinque di quelli etichettati come  “vegetativi o non reattivi” (senza speranza: pensiamo alla povera Ines, in Francia) in realtà può vedere, ascoltare e capire cosa succede intorno a lui,  ma non è in grado di comunicare con il mondo esterno.

Quelli che sono davvero in uno stato vegetativo hanno il cervello che funziona come una specie di pilota automatico: respirano, deglutiscono, battono le palpebre, “automaticamente”, ma non hanno consapevolezza. Ma di quelli che sembrano così, ce n’è un 20% almeno che invece è cosciente. E il loro numero può aumentare, perché dallo stato PSV si può passare allo stato di minima coscienza e i medici neanche se ne accorgono (infatti nel caso di Salvatore Crisafulli i parenti hanno dovuto penare parecchio per farsi dar retta).

Alcuni pazienti che non rispondono affatto  vedono, ascoltano e comprendono più di quanto si pensasse in precedenza: sono una sorta di spettatori della propria vita. Quando si risvegliano, perché capita sempre più frequentemente che si risveglino,  si lamentano proprio  per aver perso la possibilità di comunicare ciò che volevano e non volevano si facesse di loro e intorno a loro.

Possiamo provare a immaginare cosa significhi per queste persone sentir dire intorno a sé che nel loro “miglior interesse” è bene  che muoiano. Magari di fame e di sete. Quelli che finora sono stati in grado di comunicare hanno detto che sono stati ben felici di continuare a vivere, sia pure in quello stato, perché avevano la speranza di riuscire a riprendersi: tutti quelli che hanno ricevuto un’assistenza soddisfacente, hanno trovato la loro qualità di vita accettabile.

Nel dubbio, invece, noi li uccidiamo.

Francesca Romana Poleggi

Fonte: National Right to Life

Immagine in evidenza: Giovanni Guida, Apotheosis, 2014.


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