06/04/2018

Neolingua: intervista a Diego Fusaro

La neolingua è oggi pervasiva: “gestazione per altri”, “interruzione di gravidanza”, “eutanasia”, “omofobia”... sono tutti concetti che possono racchiudere significati diversi da quelli che vogliono esprimere. “Gestazione per altri”, per esempio, è un’espressione che cela, dietro una sfumatura di altruismo, un business che rende schiave milioni di donne nel mondo, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, e che offende la loro dignità. Allo stesso modo, la parola “eutanasia”, vorrebbe far credere che la morte sia “bella” ma, in fondo, quanto può essere bello decidere di mettere ne all’esistenza di se stessi o di un’altra persona?

Oggi, sempre più, si preferisce evitare di chiamare le cose col proprio nome e, per contro, si ricorrere a perifrasi che spesso edulcorano l’essenza e il significato delle cose, sempli cando e riducendo sempre più le modalità di espressione. Ma in quale misura questo restringimento delle parole corrisponde a una riduzione del senso critico? Insomma la “distruzione delle parole” di cui parlava George Orwell nel suo celebre romanzo 1984 è finalmente diventata realtà? Ci troviamo oggi dinanzi alla volontà di “restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero”, alla volontà di azzerare lo spirito critico decostruendo man mano i concetti stessi?

Ci risponde Diego Fusaro, filosofo e saggista, che si definisce allievo di Marx, Hegel, Gentile e Gramsci, che detesta il pensiero unico e il politicamente corretto, e che di neolingua ha parlato in diversi articoli e anche in uno dei suoi libri, “Il Futuro è nostro” (Bompiani, 2014).

Che cos’è la neolingua?

È un’espressione al centro del romanzo di Orwell, “1984”. Paradossalmente, nel romanzo di Orwell, era presentata come una sorta di distopia futuristica, mentre oggi è diventata invece piena realtà. Nel nostro tempo, infatti, ci troviamo al cospetto di una serie di categorie neo linguistiche che hanno come obiettivo esattamente quello di restringere le capacità del pensiero critico, imponendo tramite la neolingua delle categorie preconfezionate, che non possono essere concettualmente discusse. Dall’altra parte la neolingua ha l’obiettivo di restringere il lessico, ostacolando il maturare di prospettive alternative al pensiero unico.

La neolingua, come dice Orwell, è l’unica lingua che va sempre più restringendo la gamma dei suoi termini anziché ampliarla, ed effettivamente è quello che sta avvenendo anche oggi. Nel mio libro “Il Futuro è nostro” ho individuato tutta una serie di categorie neolinguistiche, come quella di “omofobia” o di “pensiero unico”, le quali sono utili a imporre un modo di pensare rispetto al quale non è lecito dissentire, poiché appunto impongono una visione univoca che dev’essere obbligatoriamente accettata.

Ma quali sono in pratica gli effetti della neolingua sulla società?

Ormai c’è una pressione totale. Prima del 1989 c’erano più sistemi vigenti, e parallelamente c’erano più possibilità di pensiero. Oggi invece siamo davvero nel tempo del pensiero unico, poiché esiste un modello unico che si impone come l’unico legittimo e che pretende anche che le sue categorie non siano disponibili ad alcuna negoziazione concettuale e non siano sottoponibili a critiche. Questo si può notare molto bene nel contesto mediatico-giornalistico, che sempre più produce un restringimento della coscienza critica, favorendo per contro quella che io chiamo la “cattività simbolica”, ossia il fatto che ormai ci troviamo a essere tutti prigionieri di queste grammatiche preordinate dal potere, che hanno come ne la glori cazione dei rapporti di forza quali realmente sono.

Ci faccia qualche esempio...

Certo. Quello più inquietante è quello della categoria di “omofobia”. Partendo dalla condanna degli atteggiamenti discriminatori verso i gusti sessuali di ognuno, infatti, con la categoria di omofobia viene legittimata, per estensione, la condanna di chiunque dissenta da quella visione imposta dal pensiero unico, per la quale non è possibile dire che ci sono per natura uomini e donne e che il sesso non si sceglie, ma che è un corredo biologico. Diventa, in questo modo, una categoria della persecuzione intellettuale.

Paradossalmente, quindi, il trattamento discriminatorio ingiusto che in passato veniva riservato agli omosessuali, viene oggi destinato a chi non accetta i dogmi del pensiero unico dominante. Per cui, addirittura, una frase ovvia e quasi tautologica, come il riconoscimento che per natura esistono uomini e donne e che il genere umano esiste proprio perché esiste questa differenza sessuale, oggi viene considerata come una frase omofobica, non si capisce bene perché. Questo, dal mio punto di vista, nisce per con gurarsi come una vera e propria dittatura.

Praticamente viviamo in un mondo dominato dal relativismo...

È superficiale dire che viviamo in un’epoca dominata dal relativismo. Al contrario, possiamo osservare come oggi coesistano da un lato un relativismo generalizzato, ma dall’altro un assolutismo della forma, merce del mercato che va a rioccupare il posto vacante della divinità, oggi assente.

Per cui oggi l’assolutismo del mercato corri- sponde a un relativismo nichilistico generalizzato, che neutralizza tutti gli altri valori producendo una palude di valori che, posti tutti sullo stesso piano, risultano annullati de facto.

Direi, quindi, che coesistono nichilismo relativistico e assolutismo mercatistico. Questa è la struttura in cui ci troviamo. Certo, non bastano le parole per cambiare la realtà, però la lotta contro il sistema del monoteismo del mercato deve passare anche attraverso una riappropriazione dei concetti e delle parole. Tornare a chiamare le cose con il proprio nome e poter tornare a dire, per dirla ancora con “1984”, che due più due fa quattro e non cinque, magari non basterà a cambiare le cose, ma rappresenta un primo passo fondamentale in questo senso.

Il campo della bioetica, ad esempio, è ricco di espressioni ambigue. Secondo lei, quali sono i casi, per così dire, più sintomatici?

Tra gli esempi evidenti c’è quello dell’utero in af tto, che rivela l’impadronimento della nuda vita da parte delle logiche del mercato, e che quindi non ha nulla di emancipativo, ma anzi è il culmine dell’aliena- zione e della morti cazione della dignità umana. Citerei poi anche l’eutanasia, come pratica apparen- temente emancipativa, ma che in realtà ci porterà a una società nella quale tutti i corpi non immediata- mente utili e produttivi dal punto di vista economico verranno fatti fuori tramite la “buona morte”, che di buono, in realtà, non ha proprio nulla.

Esistono delle correnti loso che alternative a questa tendenza?

Per ora non ci sono correnti alternative. Giudico, anzi, il panorama loso co totalmente succube di questa grande ideologia postmoderna. Il dibattito è totalmente in mano al circo mediatico e al clero giornalistico, salvo rarissime eccezioni di pensatori che non si piegano. E proprio per questo è dif cile uscirne.

Anche nel recente Sinodo dei vescovi la de nizione di un nuovo linguaggio ha avuto un ruolo importante...

Anche all’interno della Chiesa ci sono gure, come il celeberrimo Charamsa, che sono pronte a figurare come ‘utili idioti’ al servizio del pensiero unico dominante.

A resistere sono singole isole felici, le quali, però, sono sempre più esigue e sempre più sotto ricatto. Io spero che la Chiesa resista, ma non escluderei che presto o tardi anche l’istituzione ecclesiastica arrivi a un compromesso con il pensiero unico dominante.

Da dove possiamo ripartire dunque, per recuperare lo spirito critico e riconquistare l’essenza delle cose?

Secondo me occorre ripartire da un’antropologia loso ca che consideri l’essenza dell’uomo e della natura umana. Senza il concetto di natura umana, infatti, non è possibile nemmeno immaginare, pensare, o programmare una rivolta. Una rivolta nasce, infatti, sempre da un’idea di natura umana offesa. Se si toglie la natura umana, quindi, si toglie anche la possibilità di rivoltarsi nel nome della natura umana offesa. Questo è esattamente l’obiettivo che persegue il pensiero unico: rimuovendo l’idea di natura umana, presentata come autoritaria e prescrittiva, e rimuovendo, in questo modo, la possibilità stessa di una ribellione contro quello che sta avvenendo.

Alessandra Benignetti

Fonte: Articolo apparso su Notizie ProVita di Febbraio 2016, pp. 19-21

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