Lo scorso mercoledì 3 dicembre Pro Vita & Famiglia è stata protagonista di una conferenza stampa presso il Parlamento europeo, a Bruxelles, ospite dell’on. Roberto Vannacci e del gruppo Patriots for Europe. Al centro dell’incontro, una storia che rompe il muro del politicamente corretto: quella di Daniel Black, giovane ceco che, dopo aver intrapreso il percorso di transizione di genere, è tornato al proprio sesso reale pagando sulla propria pelle un prezzo altissimo, fisico e psicologico. Accanto a lui, il presidente di Pro Vita & Famiglia, Antonio Brandi, e l’attivista francese Ludovine de La Rochère, presidente de Le Syndicat de la Famille, impegnata da anni in difesa dei bambini e della famiglia naturale.
Black: «Ho distrutto il mio corpo per una bugia»
Daniel Black ha parlato ai presenti con una semplicità tanto drammatica quanto disarmante: ha venticinque anni, viene da Havířov, in Repubblica Ceca, oggi vive a Praga dove gestisce un salone da parrucchiere. Ma dietro la sua vita apparentemente normale si nasconde un percorso di medicalizzazione estrema iniziato a soli 16 anni. Ha raccontato di essere stato un adolescente sensibile, insicuro, con un profondo disagio interiore. Sui social, su YouTube, in televisione, ovunque gli veniva ripetuto lo stesso messaggio: «Se non ti senti a casa nel tuo corpo, forse sei trans; se cambi sesso, sarai felice». Spinto dalla confusione e dalla sofferenza, cerca aiuto e si rivolge a una nota sessuologa e psicoterapeuta, la dottoressa Hana Fifková. «Dopo appena trenta minuti di colloquio - ha spiegato - la diagnosi cade come una sentenza: sei nato nel corpo sbagliato, sei una ragazza, sei “l’esempio perfetto” di persona transgender». A sedici anni, di fronte a un’autorità medica che parla così, Daniel crede di aver finalmente trovato la spiegazione di tutto il suo dolore. Da lì inizia la spirale. Comincia con gli ormoni femminili. «Nel 2017 cambio legalmente sesso, mi faccio inserire protesi mammarie, mi sottopongo a riduzione del pomo d’Adamo. A diciotto anni compio il passo più radicale: la cosiddetta chirurgia di “riassegnazione di genere”, in cui il mio organo sessuale maschile viene trasformato in una sorta di vagina chirurgica». Un intervento irreversibile che lascia ferite profonde nel suo corpo e nella sua psiche. Per anni vive come “donna trans”, controllando ogni gesto, la voce, i movimenti per apparire il più possibile femminile. Attivisti, media e parte della società lo celebrano come icona di “liberazione di genere”, ma mentre all’esterno viene esaltato, dentro di lui cresce un vuoto insopportabile: dolori cronici, problemi fisici permanenti, e soprattutto la sensazione devastante di non riconoscersi più. Tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 qualcosa si spezza e Daniel avverte la certezza improvvisa che la transizione non aveva curato nulla, anzi. Interrompe gli ormoni femminili, inizia la detransizione, torna al testosterone, si fa rimuovere le protesi mammarie e comincia un lento percorso di ricostruzione fisica e psicologica. «Ma so che il mio corpo è stato segnato per sempre: ho perso per sempre l’integrità genitale, dovrò convivere con problemi di salute a vita. Ho perso anni della mia vita e parti del mio corpo – ha detto – ma se la mia storia salverà anche solo una persona da ciò che ho vissuto io, allora questo dolore non sarà stato inutile».
Brandi: «Fermare la sperimentazione sui minori»
Nella conferenza stampa ha preso la parola anche Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia onlus, che ha ricordato innanzitutto l’impegno stabile dell’associazione a Bruxelles, con il Dipartimento Unione Europea. Da più di un anno, infatti, Pro Vita & Famiglia ha rafforzato la sua presenza nelle istituzioni europee, è accreditata al Registro della Trasparenza e porta avanti, anche a livello comunitario, la difesa della vita, della famiglia e della libertà educativa dei genitori. «Oggi - ha spiegato Brandi - vogliamo portare all’attenzione delle istituzioni l’epidemia delle transizioni di genere sui minori e la realtà dei detransitioner. La transizione di genere sui minori - ha sottolineato - non è un fenomeno spontaneo: nasce dall’ideologia gender, che nega il sesso biologico, lo sostituisce con identità fluide autopercepite e confonde l’identità sessuale di bambini e adolescenti. In questo quadro, web, media e influencer LGBTQIA+ ripetono il mantra “sei nato nel corpo sbagliato, cambia sesso e sarai felice”, spingendo molti adolescenti a odiare il proprio corpo». Segnali di allarme, dunque, che lo stesso presidente di Pro Vita & Famiglia ha confermato riportando alcune statistiche inquietanti: «La Transgender Survey negli Stati Uniti, condotta da un’organizzazione pro-trans - ha spiegato - su 64.000 persone, mostra circa il 9% di detransitioner, e studi europei che registrano percentuali fino al 10%. Nel Regno Unito la Cass Review ha demolito il modello “affermativo”, l’approccio che trasforma ogni disagio del minore in un rapido percorso di “cambio sesso”». Inoltre negli Stati Uniti, come ha raccontato sempre Brandi, «un recente rapporto del Dipartimento della Salute ha riconosciuto che bloccanti puberali e trattamenti di “affermazione di genere” possono causare gravi danni al corpo e alla psiche dei minori, inclusa infertilità, impatti cognitivi negativi, aumentato rischio di complicazioni cardiovascolari e altre conseguenze permanenti. Paesi che sono stati pionieri del modello affermativo, come Regno Unito, Svezia e Nuova Zelanda - ha aggiunto Antonio Brandi - stanno facendo marcia indietro su bloccanti, ormoni e chirurgia sui minori, mentre la Commissione europea, con la strategia LGBT, va in direzione opposta e punta a vietare le cosiddette “terapie di conversione”, arrivando di fatto a negare ai detransitioner l’aiuto per tornare al proprio sesso biologico». Si tratta quindi di un rovesciamento pericolosissimo: a Bruxelles non esistono più solo maschio e femmina, ma infiniti “generi” fluidi, e così non si proteggono le persone, ma un’ideologia.
Vannacci: «Non si nasce nel corpo sbagliato»
La conferenza ospitata al Parlamento europeo si è svolta grazie all’onorevole Roberto Vannacci, che nel suo intervento ha voluto mettere al centro proprio la dimensione umana e drammatica delle storie ascoltate. «Le testimonianze come quella di Daniel - ha ricordato - ci richiamano al fatto che dietro il dibattito astratto sull’ideologia di genere ci sono persone reali, con percorsi spesso dolorosi e per troppo tempo ignorati. C’è sofferenza, c’è disperazione, c’è distacco dalla realtà, ci sono scelte che si rivelano sbagliate ma che continuano a condizionare profondamente la vita di chi è stato spinto a prenderle». Vannacci ha inoltre insistito sul dovere di responsabilità delle istituzioni europee. «L’Europa - ha detto - non può abbandonarsi a una posizione dogmatica, ma ha il compito di garantire che ogni decisione riguardante i minori sia fondata sulla prudenza, sulle evidenze e sulla piena consapevolezza delle conseguenze». Da qui il rifiuto netto dello slogan cardine dell’ideologia gender: «Non si nasce in un corpo sbagliato». Ha infine denunciato l’illogicità di questo assunto, secondo cui un essere umano arriva a ritenere che la natura abbia sbagliato nel dargli un certo corpo, e che lui possa arbitrariamente sostituirlo con un altro. Per l’eurodeputato, dunque, è necessario continuare ad approfondire questi temi, senza cedere alle semplificazioni ideologiche, e garantire che tutte le voci coinvolte – incluse quelle, finora censurate, dei detransitioner – trovino spazio reale nel confronto pubblico. Solo così, ha sottolineato, «sarà possibile aiutare davvero chi vive momenti difficili, senza al tempo stesso indurre confusione e dubbi in chi non li aveva».