23/05/2016

Natura, nascita e azione. Oggi siamo liberi?

Di due realtà si fatica a parlare nel nostro tempo: della natura (nel senso di natura umana) come della nascita. L’uomo, si dice da più parti, non è che è pura esistenza. È pura volontà che plasma da sé la sua propria natura.

Non esiste alcuna natura umana, non c’è un ordine, un progetto o uno scopo anteriori al volere umano: volo ergo sum, voglio dunque sono. Non sono altro che ciò che voglio essere. Allo stesso modo la nascita, in pieno inverno demografico, è oppressa dal proliferare di attentati alla vita umana incipiente. La lista è lunga: dall’aborto fino alle nuove tecnologie della riproduzione, la natalità è incalzata da un duplice degrado. Si nasce sempre meno e la nascita è assimilata sempre più a un progetto. Essa ormai è percepita come la risultante di un processo organizzativo che non contempla l’aleatorio, il non cercato, l’inatteso, l’imprevedibile.

Questo fatto mostra il profondo legame tra natura e nascita, sicché non si può intaccare una senza coinvolgere anche l’altra. La stessa etimologia testimonia la profonda solidarietà tra queste due realtà. Natura deriva infatti dal latino natus, participio passato di nasci, nascere.

C’è una reale tendenza a contrapporre in maniera aperta il non cercato della nascita-natura al cercato del progetto-artficio. Esemplari in questo senso sono le parole di Marilena Grassadonia, presidente delle Famiglie Arcobaleno, per la quale le aspirazioni famigliari delle coppie omogenitoriali traggono legittimità dalla loro adesione a un ‘progetto genitoriale’. “A noi i figli non vengono per caso“, ha detto a Piazza Pulita, come ad accreditare l’omogenitorialità quale forma avanzata di una lucida, razionale e superiore cultura del ‘progetto’.

Una tale insistenza sarebbe insensata se non sapesse di poter fare leva su una mentalità ampiamente diffusa in una società liquida come la nostra, segnata dalla frammentarietà dei rapporti economici e sociali, sempre più transitori, mobili, diversificati e effimeri.

In una situazione di precariato generalizzato subentra la paura di non riuscire a crearsi dei legami o di perdere quelli già esistenti, a cui si accompagna l’angoscia di disperdere la propria unicità personale in una molteplicità di attività. L’angosciosa ricerca di punti fermi a cui ancorare la propria identità personale porta alla preoccupazione di ‘lasciare qualcosa dietro di sé’.

È un’esigenza (“connessionista”, direbbe il sociologo Luc Boltanski) che finisce per estendersi anche alle relazioni intime (amicali, familiari, sentimentali, sessuali), divenute altrettanto ‘flessibili’ e precarie, e si esprime nel concepimento per progetto: ‘progettare’ un bambino si rivela una sorta di baluardo contro la frammentazione, una maniera per conferire alla propria vita un marchio di ‘autenticità’. Il progetto di un figlio, in un mondo connessionista, puntella una identità malferma.

matrimonio_omosessuale_naturaIn un simile contesto si capisce perché avere un figlio, attestando a un tempo la propria adesione a un progetto genitoriale (o parentale), acquisisca una rilevanza centrale nell’ottica di una politica identitaria come quella del ‘riconoscimento’ sposata dalle lobby LGBT (lo scopo di questa rivendicazione è la normalizzazione dell’identità gay in seno al corpo sociale).

Paradossalmente, nella visuale rovesciata del mondo connessionista, rivendicare la propria partecipazione a un ‘progetto’ può indicare perfino una sorta di superiorità strutturale rispetto alle coppie che ancora si affidano poco ‘responsabilmente’ alle combinazioni imprevedibili della natura.

Il concepimento per progetto così finisce per apparire qualitativamente superiore al concepimento naturale e la coppia omosessuale appare più ‘progredita’, più in linea con lo spirito del tempo rispetto a quella eterosessuata.

Permane infatti una differenza ontologica, dunque ineliminabile, tra una coppia omosessuata e una coppia eterosessuata. In sintesi: nella prima il concepimento per progetto è una necessità mentre nella seconda è soltanto una facoltà.

Soltanto l’unione sessuale tra uomo e donna possiede la potenza generativa. All’opposto, una coppia omosessuata è sterile per natura. E non perché i suoi componenti non abbiano la potenzialità naturale per generare, ma in virtù della loro oggettiva pratica sessuale, che non possiede una tale facoltà.

È per questo che fino a tempi non lontani la legge riconosceva la differenza sessuale come precondizione del matrimonio, sostanzialmente disinteressandosi della psicologia individuale (orientamento sessuale).

Semplicemente non poteva non farlo. Banalmente, la situazione era questa: ogni Stato è composto da cittadini, i quali prima di diventare cittadini devono venire al mondo. E non possono farlo se non nascendo dall’unione sessuale tra un uomo e una donna.

La famiglia, in questo senso, ha sempre rappresentato un limite insormontabile per ogni ipotesi di biopolitica, impossibilitata a farsi direttamente carico della ‘produzione’ di nuove vite senza dover passare per l’unione del corpo maschile e di quello femminile.

embrione_difesa_concepimento_naturaÈ un quadro destinato a mutare profondamente con l’avvento delle nuove tecnologie riproduttive, le quali rendono possibile l’esproprio dei ‘mezzi di riproduzione’ (cosa già fattibile per i gameti, in attesa di perfezionare l’utero artificiale, che renderà possibile, oltre al concepimento, anche la gestazione extracorporea).

Collegare l’unione matrimoniale a un generico orientamento sessuale (che è plurimo, non binario come nella relazione uomo-donna), sganciandola dalla potenza procreativa, pertanto può significare una cosa soltanto: in futuro il concepimento per progetto, grazie a tecnologie della riproduzione sempre più perfezionate, diventerà la norma.

La questione omosessuale appare perciò del tutto funzionale all’affermazione di questa nuova forma di ‘produzione’ degli esseri umani. Secondo questa visione la progettazione di un bambino, cioè la sua assimilazione a prodotto, sarebbe superiore alla sua generazione, che comporta un certo margine di casualità. L’uomo programmato discende dalla lucida razionalità umana mentre l’unione tra uomo e donna richiede pur sempre di affidarsi alla natura.

Il vero nodo della questione sembra questo. È proprio vero che il concepimento per progetto è  superiore al concepimento naturale?

Sfugge, ai paladini di quella che viene presentata come una battaglia di libertà, che esaltare la programmazione dell’uomo equivale a distruggere la sua libertà.

È quanto sosteneva Hannah Arendt, per la quale l’essenza dell’ideologia totalitaria consisteva nel rifiuto della natalità. Nella condizione di essere nato (natum esse) dell’uomo la filosofa vedeva infatti il presupposto della libertà umana.

Secondo la Arendt, la persona che viene al mondo non soltanto può essere considerata un nuovo inizio, ovvero un evento unico e irripetibile. È anche dotata della corrispondente capacità di agire, di dare impulso cioè a nuovi inizi. C’è pertanto una misteriosa analogia tra nascita e azione. Agire equivale a prendere un’iniziativa, vuol dire iniziare qualcosa di imprevedibile e inatteso che, come la nascita, non doveva avvenire di necessità né doveva necessariamente realizzarsi in quel modo. Pertanto il principio della libertà viene a coincidere col principio della creazione. Essere liberi e avere un’origine sono sinonimi.

E cosa caratterizza quel cominciamento assoluto che è la nascita? Il suo carattere di novità, di non prevedibilità, sicché “è nella natura del cominciamento che qualcosa di nuovo possa iniziare senza che possiamo prevederlo in base ad accadimenti precedenti. Questo carattere di sorpresa iniziale è inerente a ogni cominciamento e a ogni origine“. (Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1994, p. 129)

Il venire al mondo della nascita non è una semplice ricombinazione del patrimonio genetico-molecolare dei progenitori. Se così fosse, se si trattasse di una mera ricombinazione di elementi esistenti, una sintesi di geni e molecole che già c’erano, in linea di principio in questo processo non ci sarebbe nulla che l’uomo non sarebbe in grado, prima o poi, di riprodurre artificialmente.

L’esistenza sarebbe così il semplice prolungamento del potere. Si ha potere su qualcuno quando in ogni momento è possibile prevedere il suo comportamento, minimizzando il più possibile le zone di incertezza. Al tempo stesso occorre che colui che è assoggettato al nostro controllo non abbia alcun modo di prevedere il nostro comportamento. Il potere più schiacciante scaturisce dunque dalla congiunzione tra la massima libertà (cioè la totale imprevedibilità) del comandante e il totale controllo (ossia la massima prevedibilità) del comandato.

La nascita, in forza della sua imprevedibilità, si sottrae alla integrale tracciabilità del vivente ricercata dal potere totalitario. È un fatto che nel venire al mondo la sola ricombinazione non basta a spiegare perché dal niente si passi all’esistente, perché venga al mondo un io che prima non c’era. Si vede quindi come nella nascita sia compresa un’altra dimensione: la novità che viene al mondo.

Come in tutto quel che è naturale c’è anche nella natalità una componente che sfugge al cercato, c’è un elemento che si nega alla progettualità umana e al controllo.

Concorda con la Arendt anche Jürgen Habermas, l’ultimo esponente della scuola francofortese. Solo avere un “cominciamento indisponibile“, cioè una origine naturale, non progettata, cioè prodotta sulla base di elementi esistenti, ci impedisce di essere la semplice riproduzione di un elemento tipico e invariabile della specie umana. Se fossimo solo la proiezione (*) dell’agire altrui come potremmo identificarci come autori delle nostre azioni?

Il concepimento per progetto tende, per sua stessa natura, alla ottimizzazione, alla eliminazione di ogni imperfezione, alla cancellazione di ogni margine di imprevedibilità e di contingenza: l’aleatorio, in questa visuale, va messo al bando. E con esso la libertà dell’uomo, che i laudatores del concepimento per progetto non hanno affatto a cuore.

(*) «Progetto» viene dal latino pro-jectus, l’azione di gettare in avanti.

Andreas Hofer


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