22/06/2018

Morte cerebrale: un dibattito ancora aperto

Il JAMA (Journal of the American Medical Association) di recente ha ospitato due interventi a firma di Robert Truog, della Harvard Medical School, a proposito del tanto disputato concetto di morte cerebrale.

Fu proprio una commissione ad hoc dell’università di Harvard che, cinquant’anni fa, introdusse il criterio di “morte encefalica” come apripista per la nuova disciplina giuridica sul prelievo degli organi. Prima di questa novità rivoluzionaria, infatti, gli unici trapianti consentiti erano quelli delle cornee (organi poco vascolarizzati e quindi prelevabili anche da cadavere) e del rene (il cui prelievo, trattandosi di organo doppio, non causa decesso del donatore).

Truog ora afferma che il criterio di morte cerebrale, per quanto dotato di un fondamento scientifico, manca tuttavia di un’effettiva «giustificazione concettuale», e i tentativi di legare la relativa diagnosi alla morte del paziente «rimangono incompiuti».

A prova di ciò ricorda le critiche del neurologo Alan Shewmon, il quale, ormai da una ventina d’anni, va rilevando che praticamente ogni funzione propria di un corpo vivente in salute può essere conservata da una persona cerebralmente morta e sostenuta dalla ventilazione meccanica. Lo stesso Truog, già nel 1997, nel suo Is it time to abandon brain death? (È tempo di abbandonare la morte cerebrale?), affermava che «il concetto di “morte cerebrale” è incongruente nella teoria e fonte di confusione nella pratica. Inoltre, l’unico scopo perseguito da questo concetto è di facilitare l’acquisizione di organi da trapiantare».

Se poi andiamo ad approfondire, nell’abstract del Rapporto Harvard del 1968 leggiamo: «Il nostro scopo principale è di definire il coma irreversibile come nuovo criterio per la morte. Sono due le ragioni per una definizione:

(1) […] A volte, questi sforzi [di rianimazione, n.d.r.] hanno solo un parziale successo, così che il risultato è un individuo il cui cuore continua a battere, ma il cui cervello è irrimediabilmente danneggiato. Il peso è immenso per costoro che soffrono la perdita dell’intelletto, per le loro famiglie, per gli ospedali, e per coloro che necessitano di letti d’ospedale già occupati da questi pazienti comatosi.

(2) Criteri obsoleti per la definizione della morte possono provocare una disputa per ottenere gli organi da trapiantare».

Impressioni?

A noi è tornato in mente l’Aktion T4, il programma di eutanasia nazista che ha portato alla morte decine di migliaia di malati colpevoli non solo di contaminare la purezza razziale, ma anche di rappresentare un costo per lo Stato. Dallo stralcio citato del Rapporto Harvard si desume, senza necessità di particolari interpretazioni, che le persone in coma sono unpeso” per se stesse, i familiari e la società; pertanto le risorse impegnate per le loro cure potrebbero essere più proficuamente orientate all’assistenza di quanti possono ancora permettersi una vita di relazione.

E non c’è da stupirsi di questa mentalità eutanasica sottesa alla disciplina dei trapianti: è il frutto della separazione tra “vita biologica” (le funzioni organiche) e “vita personale” (coscienza e relazione), derivante da una concezione utilitaristica dell’uomo che non ha valore per ciò che è ma per ciò che fa. Del resto, si tratta di una visione che ormai serpeggia dappertutto: Truog, ad esempio, si era trovato a dover contestare, nel 2008, la definizione di morte data dal President’s Council for Bioethics (la Commissione di consulenza bioetica della Casa Bianca) come «assenza dell’attività vitale fondamentale di un organismo vivente». È evidente quanto una formula del genere si presti a qualsivoglia applicazione discrezionale da parte del legislatore prima, e del medico di turno poi…

La questione del fine-vita è tra le più delicate che la bioetica possa maneggiare. Il criterio di morte cerebrale non sembra essere, allo stato attuale dell’evoluzione tecnica, particolarmente affidabile, come molti casi di “risveglio” hanno dimostrato. Difenderlo a spada tratta può essere segno di condizionamento ideologico.

Vincenzo Gubitosi

Fonte: LifeSiteNews

Per approfondire: Predazione degli organi: apriamo gli occhiCosa è vita e cosa è morte: il caso Jahi McMath

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