«Non sono qui per uno scontro tra tifoserie. Su temi che toccano la vita e la morte, il pubblico merita onestà e argomentazioni». Così Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, ha aperto il suo intervento a "Dialogando…", l'incontro sul fine vita che si è svolto oggi pomeriggio a Roma, al Collegio San Pio X, promosso dall'associazione Il Secondo Mestiere e che si è concluso pochi minuti fa. A partecipare al dialogo Mina Welby, co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni, Mario Riccio, medico anestesista e membro del direttivo della stessa associazione, e il ginecologo Filippo Maria Boscia.
Il caso Welby è già risolto
Brandi è partito proprio dalla vicenda di Piergiorgio Welby: il diritto a rifiutare le cure è garantito dall'articolo 32 della Costituzione e il medico che rispetta questa volontà non commette reato. Lo ha stabilito nel 2007 il giudice dell'udienza preliminare di Roma, che con la sentenza n. 2049 ha prosciolto Riccio applicando l'articolo 51 del Codice penale. «Mario Riccio agì legalmente», ha detto Brandi, ricordando che oggi il rifiuto delle cure è tutelato anche dalla legge 219 del 2017. Da qui la domanda, ovviamente retorica, rivolta a chi porta avanti la spinta sul fine vita: «Se il caso Welby è già risolto – per legge, per sentenza, per Costituzione – allora perché usarlo per chiedere qualcosa di radicalmente diverso?». Perché, ha spiegato, «un conto è lasciar morire, un conto è far morire». Il rifiuto delle cure è un diritto individuale, mentre una legge sul suicidio assistito è una «norma astratta, vale per categorie, si presta a interpretazioni, pressioni, abusi». E ancora: «Quello che state chiedendo è qualcosa che Welby non ha mai chiesto».

Cosa accade dove è legale
Per Brandi basta guardare all'estero. In Canada, per esempio, si è passati da 1.018 casi nel 2016 a circa 17.700 nel 2025. Solo nella provincia del Québec i casi sono saliti dai 599 del 2016-2017 ai 6.268 del 2024-2025, il 7,9% di tutti i decessi, mentre in Columbia Britannica, nel 2024, oltre metà dei casi ha richiesto verifiche che hanno certificato addirittura 2.807 errori, 353 dei quali hanno sollevato dubbi sul rispetto dei requisiti di legge e richiesto interventi formativi per medici e farmacisti. Brandi ha citato anche uno studio del Canadian Medical Association Journal del 2010: nelle Fiandre – quindi in Belgio – un terzo delle morti provocate con farmaci letali è avvenuto senza una richiesta esplicita del paziente, e nel 77,9% di quei casi la decisione non è stata nemmeno discussa con il paziente stesso. E ci sono poi le storie, drammatiche, di chi è stato ucciso con la fantomatica "dolce morte". Storie che il presidente di Pro Vita & Famiglia ha portato all'attenzione dei presenti: Zoraya ter Beek, ragazza olandese di 29 anni, depressa e non terminale; Shanti De Corte, fiamminga di 23 anni, anche lei depressa e sopravvissuta agli attentati di Bruxelles del 2016; così come Siska De Ruysscher, 26 anni, anche lei belga e affetta da depressione, deceduta tramite eutanasia il 2 novembre 2025, che della sua imminente morte aveva detto: «Sono il prodotto di un sistema fallimentare». Il rischio, secondo Brandi, è che anche in Italia si arrivi a un tragico cambio di mentalità per cui «si possa pensare che alcune vite non valgano la pena di essere vissute».
L'ammissione: «Ci siamo terribilmente sbagliati»
«Non sono io a dirvi che avete sbagliato», ha proseguito Brandi, rivolgendosi idealmente a chi, in questi anni, in tutto il mondo, ha portato avanti la deriva eutanasica, e citando il professore Theo Boer, ordinario di etica dell'assistenza sanitaria alla Protestant Theological University di Utrecht. Quest'ultimo, dal 2005, ha esaminato in Olanda quasi 4.000 casi di eutanasia come membro di una commissione di controllo e nel 2014 ha ammesso: «Ci siamo sbagliati. Anzi, ci siamo sbagliati terribilmente». Lo stesso vale per Philippe Couillard, premier del Québec quando è stata approvata la legge del 2014, che ha recentemente dichiarato di non essere più così tanto sicuro di rivotare una legge simile. «Non è infatti un caso – ha osservato Brandi – se meno di un Paese su dieci al mondo consente l'eutanasia o il suicidio assistito».
Le leggi ci sono, vanno applicate
L'intervento di Brandi si è poi focalizzato sul tema delle cure palliative, a cui oggi in Italia ha accesso solo un adulto su tre tra i 590mila che ne avrebbero diritto e un minore su quattro tra i 35mila, secondo la Federazione Cure Palliative. «Spendiamo energie per legiferare sulla morte invece di investire nella vita», ha affermato prima di porre l'accento sulle DAT (disposizioni anticipate di trattamento). C'è una «differenza abissale» tra la volontà espressa durante la malattia e «un foglio firmato a vent'anni, in perfetta salute, tant'è che dovrebbe farci riflettere la storia di Max Tresoldi che, ritenuto per dieci anni in stato vegetativo, al risveglio disse: "C'ero sempre stato. Sentivo e vedevo tutto, ma non sapevo come dirvelo". Le leggi, insomma, ci sono, ma vanno davvero applicate».
In conclusione, si è rivolto ai suoi interlocutori: «Se invece di battervi per offrire la morte come soluzione alla sofferenza, vi batteste per il diritto di vivere dignitosamente, avreste molti più alleati e salvereste molte più vite, perché è la sofferenza che va soppressa, non il sofferente».