Purtroppo in Canada lo scorso 7 ottobre la Camera dei Comuni ha bocciato il disegno di legge C-218 per precludere l'accesso all'eutanasia alle persone che abbiano quale unico requisito la malattia mentale. Quel testo avrebbe sicuramente costituito un segnale positivo di civiltà e forse avrebbe cominciato a invertire la tendenza mortifera dello Stato. Eppure, lo stesso giorno il governo liberale ha annunciato una propria proposta di legge in realtà profondamente paradossale e ambigua. Da un lato, infatti, confermerebbe l'esclusione della sola malattia mentale come requisito per l'eutanasia; dall'altro, però, consentirebbe la "dolce morte" a chi l'abbia chiesta in anticipo, prima di perdere la capacità di intendere e di volere.
La bocciatura del disegno di legge C-218
Con 187 voti contrari e 141 favorevoli, i deputati hanno respinto in seconda lettura il disegno di legge C-218, presentato dalla deputata del Partito Conservatore Tamara Jansen: contro hanno votato liberali e Bloc Québécois, a favore conservatori e neodemocratici (NDP). La proposta conservatrice avrebbe modificato il Codice penale per impedire che l'eutanasia – in Canada MAiD, Medical Assistance in Dying, cioè "assistenza medica a morire" – fosse praticata quando l'unica condizione invocata è la malattia mentale. Oggi questa esclusione è solo temporanea: se il Parlamento non interviene, infatti, scadrà il 17 marzo 2027. Ed ecco quindi il cortocircuito: poche ore prima del voto, il ministro della Giustizia Sean Fraser e la ministra della Salute Marjorie Michel hanno annunciato che il governo federale presenterà entro l'autunno un proprio disegno di legge, ancora in fase di scrittura. Il testo escluderebbe l'applicazione dell'eutanasia basata unicamente sulla malattia mentale, ma – allo stesso tempo – la consentirebbe a chi ne abbia fatto richiesta anticipata, prima di perdere la capacità di decidere. E la richiesta anticipata è ancor più deplorevole sul piano morale, poiché permetterebbe a medici e infermieri specializzati di uccidere un paziente incapace di intendere e di volere, addirittura sulla base di una sua semplice volontà espressa anni addietro, quando magari le sue condizioni non erano per niente di sofferenza.
L'inganno della richiesta anticipata
Insomma, il disegno di legge governativo genererebbe in concreto una situazione assurda: i parlamentari si troverebbero davanti a una scelta senza via d'uscita. Come osserva Alex Schadenberg, direttore esecutivo della Euthanasia Prevention Coalition, votare "No" significherebbe lasciare aperta la strada all'eutanasia per la sola malattia mentale, mentre votare "Sì" vorrebbe dire approvare comunque l'eutanasia su richiesta anticipata. L'auspicio dello stesso Schadenberg è dunque stato quello che il governo separasse le due questioni in disegni di legge distinti, o che recuperasse i contenuti del testo Jansen, visto che sull'esclusione della sola malattia mentale governo e opposizione dicono di essere d'accordo. Introdurre invece la richiesta anticipata di morte – oltre a ledere irrimediabilmente il diritto alla vita di pazienti particolarmente fragili – sbilancerebbe l'alleanza terapeutica tra medico e paziente, poiché il medico diventerebbe di fatto il mero esecutore di una volontà che il paziente non è più in grado di confermare. Si trasformerebbe così in un boia colui che, per deontologia professionale, dovrebbe sempre e soltanto curare i malati, ancor più quando sono così indifesi e vulnerabili, e mai causarne intenzionalmente la morte.
E tutto ciò è una lezione anche per l'Italia, dove si parla continuamente – soprattutto in questi ultimi mesi – di fine vita sia a livello parlamentare sia regionale, anche con spinte da parte di partiti di centrodestra (Lega e Forza Italia). La storia, soprattutto recente, del Canada, infatti, dimostra che, una volta legittimata l'eutanasia, i paletti diventano provvisori e i criteri si allargano di anno in anno. Drammaticamente.