Gesù agonizzante in croce vestito da Ronald McDonald – il pagliaccio mascotte della notissima catena di fast food - oppure Ronald McDonald crocifisso come Gesù: a seconda di come la si vuol intendere resta comunque qualcosa di blasfemo, l'”opera” scelta e messa come copertina nella pagina dedicata alla mostra «Arte Proibita» - organizzata da Arthemisia - sul sito Emiliaromagnaturismo.it. Non stupiscono, infatti, le polemiche che, nei giorni scorsi, sono gravitate attorno a questa vergognosa iniziativa, che ora è stata «rimandata a data da destinarsi», mentre prima il suo inizio era previsto per il 17 ottobre. Ufficialmente, stando a quanto dicono gli organizzatori, le motivazioni sarebbe da ricercare in «lavori strutturali» che interessano la location della mostra e non le polemiche per la blasfemia. Anzi, gli stessi organizzatori hanno cercato di difendersi da tali accuse, affermando che l’iniziativa sarebbe «l’esatto contrario della blasfemia, e anzi ne è una denuncia».
Come non fare fatica a crederci, poiché appare a tutti gli effetti una trovata, se così si può dire, che ricalca un filone battuto da moltissimo tempo, e solo fintamente provocatorio. Basti pensare a quando già un certo Pier Paolo Pasolini, decenni or sono, criticava i jeans Jesus e quel loro slogan - «Non avrai altri jeans all'infuori di me» -, che voleva apparire, anche allora, originale. Correva però l’anno 1973. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata moltissima e ancora siamo qui, nel 2025, a raccontare rielaborazioni blasfeme di Gesù, come tra l’altro è avvenuto qualche mese fa con una mostra altrettanto blasfema a Carpi, in quel caso addirittura all’interno di un luogo sacro e con l’iniziale avallo della Diocesi e che solo in un secondo momento - e dopo ripetute proteste e una nostra petizione - fu chiusa. Insomma, la solita trovata priva di senso, priva di vera arte e priva di buon gusto, ma che serve solo a far parlare di sé e a coprire l’evidente mancanza di argomentazioni civili e rispettose che l’arte dovrebbe invece avere. Ed ecco, dunque, che si finisce con l’offendere e il denigrare la Fede in cui si riconoscono oltre 2 miliardi di persone, peraltro appartenenti alla religione già più perseguitata del Pianeta.
L’ipocrisia: si parla di censura
C’è poi un secondo aspetto, che se non fosse collegato alla blasfemia di questa mostra farebbe quasi, amaramente, sorridere. L’iniziativa, infatti - che, lo ricordiamo, per ora è solo rimandata, non cancellata - si propone l’obiettivo di esporre opere che «riflettono sul ruolo dell'arte e il suo rapporto con la censura», come si legge sul sito della mostra stessa. Ebbene, c’è davvero poco di censura quando si tratta di dileggiare una religione e in particolare quella cristiana. Semmai sono tanti altri i temi e gli argomenti che, soprattutto in Italia, sono davvero censurati. Sì, perché se si fosse voluto davvero mettere in mostra qualcosa di molto spesso censurato – e ritenuto perfino censurabile dall’intellighenzia -, sarebbe bastato organizzare una mostra con opere sulla maternità, oggi messa in secondo piano non solo dall’inverno demografico ma da continue campagne abortiste, presentate come genuine esaltazioni dell’«autodeterminazione» della donna. Più «proibito» ancora, pensandoci, sarebbe stata un’opera d’arte che avesse mostrato in figlio concepito e non ancora nato, il grande censurato della nostra epoca.
Ancora, davvero «proibito» sarebbe stato offrire ai visitatori di una mostra una statua raffigurante una famiglia naturale, istituzione da tempo nascosta nell’arte, che anzi propone tutt’altro. Basti pensare a quando, nel 2014, il The Guardian dava la notizia dell’installazione, fuori dalla biblioteca di Birmingham, in Centenary Square, di A Real Birmingham Family. Si trattava di una statua dell’artista Gillian Wearing che immortala due sorelle, Roma ed Emma Jones, coi loro due bambini: Emma è ritratta mentre aspetta un secondo figlio. Morale, due madri, tre figli, ma niente padri. Non pervenuti. Dunque A Real Birmingham Family non è neppure una famiglia così come molte unioni celebrate sui media – cinema e serie tv in primis – oggi non lo sono.
E poi, perdonate il campanilismo, perché allora non mettere in mostra i manifesti e le affissioni di Pro Vita & Famiglia su aborto, famiglia, gender nelle scuole, eutanasia, fine vita? Se ci pensate, sono proprio questi messaggi che davvero hanno subìto - e subiscono tuttora - una censura continua. Insomma, per farla breve la vera «Arte Proibita» sarebbe stata una riproduzione di tutti quei contenuti cari a Pro Vita & Famiglia, che tutte le volte che vengono proposti in cartelloni e campagne di comunicazione sono – a seconda dei casi – o fatti sistematicamente rimuovere da zelanti amministrazioni comunali in omaggio al politicamente corretto, oppure direttamente vandalizzati dai soliti noti collettivi. Da questo punto di vista, gli organizzatori e promotori di «Arte Proibita» avevano solo l’imbarazzo della scelta, nel proporre qualcosa di davvero trasgressivo. Invece hanno preferito, purtroppo, strizzare l’occhio alla cristianofobia ed alle blasfemie ormai dilaganti in Occidente. Brutta bestia davvero, il conformismo.