16/01/2019

Manifesti testa o croce,  Ass. Donazzan: «Diversamente da quelli di Pro Vita, questi andavano tolti!»

Due pesi e due misure: mentre per Pro Vita scattò subito la censura e la rimozione, sorte più ‘fortunata’ ha avuto la propaganda dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti (Uaar). La controversia è sorta ad Ancona, dove è stato diffuso un manifesto che mette in discussione il diritto all’obiezione di coscienza, invitando i cittadini a informarsi se il medico sia o meno obiettore rispetto all’aborto. Nel volantino sono riportate, sia sul piano verbale che iconico, una testa e una croce, a simboleggiare, nell’ottica dell’Uaar, la ragione e la scienza, dialetticamente contrapposte, alla religione e alla superstizione. Da parte sua, il Comune di Ancona ha specificato di non avere poteri nella rimozione del manifesto e di non aver rilevato eventuali violazioni. «In questo caso non eravamo nell’ambito dei fini commerciali e quindi qualsiasi intervento si sarebbe configurato come censura», ha dichiarato l’assessore Emma Capogrossi, a seguito dell’interrogazione della consigliera leghista Maria Grazia De Angelis.

Sul caso, Pro Vita ha ascoltato il parere dell’assessore all’istruzione, alla formazione e al lavoro della Regione Veneto, Elena Donazzan, particolarmente sensibile ai temi della vita, che lo scorso ottobre prese le difese di Pro Vita dopo l’affissione del manifesto a Roma, fatto rimuovere dal sindaco Virginia Raggi e poi riabilitato.

Assessore Donazzan, quali sono le prime considerazioni che si possono fare riguardo a questo caso anconetano, messo a confronto con quello romano che ha coinvolto Pro Vita? Due pesi e due misure?

Il caso di Ancona conferma che a Roma, lo scorso autunno, avvenne una vera e propria censura. Del resto, il consigliere comunale anconetano che ha risposto all’interrogazione, lo ha detto chiaramente che «qualsiasi intervento si sarebbe configurato come censura». Da parte sua, il sindaco Raggi era intervenuto impedendo la libertà di pensiero a favore della vita. C’è un altro aspetto, però, relativo all’uso dei simboli. L’Uaar ha desacralizzato il simbolo della croce. Io ritengo che ogni simbolo religioso sia rispettabile, anche quando non rappresenti la mia religione. Il rispetto dei simboli non va messo mai in discussione. Secondo la logica dell’Uaar, un medico che tiene nel suo studio il crocifisso potrebbe essere (orrore!) un obiettore. Il rispetto dei simboli andrebbe rimesso al centro: non è un fatto privato ma pubblico. Chi pone la croce su un manifesto con l’evidente intenzione di porla all’indice, sta dissacrando quel simbolo. I comuni di altri schieramenti sono sempre pronti a difendere le altre religioni ma mai quella cristiana. Noi cristiani impegnati pubblicamente, però, dobbiamo affermare con forza la nostra coerenza con i nostri valori: la contraddizione sta tutta nell’altro campo, quindi non dobbiamo avere paura di denunciare questi fatti.

Non trova che l’Uaar si ponga in contraddizione, prima predicando la cancellazione dei simboli religiosi e poi usando gli stessi per le loro campagne?

Sì, come accennavo prima, ci troviamo di fronte a un caso di dissacrazione dei simboli, fatta proprio da chi dice che andrebbero rimossi. In tal modo costoro offendono quel simbolo perché non lo hanno ritenuto degno dell’assenza di utilizzo che normalmente predicano. Ormai siamo abituati all’incoerenza di questi signori, dobbiamo solo metterla in luce.

Per quale motivo, a suo avviso, è stata esercitata la censura a Roma e non ad Ancona?

Diversamente da quanto è avvenuto a Roma, è proprio ad Ancona che il manifesto andrebbe tolto. Non solo si è offeso un simbolo ma si è offeso chi in quel simbolo crede ed esercita una professione delicata come quella del medico. Quel manifesto dell’Uaar mette all’indice chi, nell’esercizio di una professione, pratica anche una religione, coerentemente con la sua spiritualità, il suo credo e con la propria coscienza. A Roma, invece, si è verificata una violazione della libertà di espressione di chi voleva difendere il vero concetto di famiglia. A Roma c’è stata una vera e propria censura, unita a un danno economico: a mio avviso, Pro Vita avrebbe tutto il titolo per chiedere il risarcimento danni, avendo pagato le affissioni.

Luca Marcolivio

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