07/02/2016

Mamma? Non esiste, è solo un “concetto antropologico”

La mamma va abolita. O, almeno, questa sarebbe l’ultima trovata della cosiddetta “stampa libera”, che da tempo non fa più informazione, ma si presta ad essere uno strumento di pura propaganda.

In tal senso è alquanto istruttiva la visione di Fuori Onda, il programma di La7 diretto dalla «zanzara» David Parenzo e da Tommaso Labate, andata in onda domenica 31 gennaio e dedicata al Family Day.

Un passaggio in particolare della trasmissione merita di essere segnalato. È il momento in cui la coraggiosa Costanza Miriano, la sola rappresentante in studio del principio di realtà, incalza una coppia “omogenitoriale”. Il ragionamento della scrittrice è semplice: la mamma, in queste coppie, non c’è. La risposta della coppia (minuto 21:07 del video) è di quelle che fanno gelare le vene ai polsi: «La madre non c’è, la madre è un concetto antropologico».

Sfuggono, temo, le conseguenze di una simile affermazione. Sostenere che la madre è un «concetto antropologico» equivale infatti a spersonalizzare la figura materna. I riflessi anti-sociali di una simile riduzione sono immediati. Ridurre la mamma ad astrazione significa infliggere un micidiale vulnus alla socialità cosiddetta «primaria», che identifica lo spazio dei rapporti interpersonali più stretti. Essa è circoscritta al campo delle conoscenze frontali, de visu, tra persona e persona. Sono i legami tra persone con un volto, un nome, un corpo sessuato, una storia.

È nell’ordine di questa socialità, soggetta all’esigenza della personalizzazione, che hanno luogo forme di vita associativa come la parentela, la famiglia, le amicizie, le alleanze, i rapporti di vicinato.

La socialità primaria non esaurisce il campo delle relazioni umane. Esiste infatti anche una socialità «secondaria», che designa le relazioni umane caratterizzate da impersonalità, astrattezza e generalità. È la modalità di relazionarsi tra estranei, tra individui reciprocamente indifferenti. Perciò le relazioni secondarie più che tra persone si svolgono tra funzioni, sia che prendano la forma dell’uguaglianza dinanzi alle leggi dello Stato, dell’equivalenza utilitaristica sul mercato economico oppure che assumano la forma dell’obiettività scientifica.

La riduzione della maternità ad un’astratta funzione genitoriale propizia così la progressiva sostituzione della socialità primaria, tipica delle relazioni tra conosciuti, con la socialità secondaria astratta, funzionalistica e utilitaristica tipica delle relazioni tra sconosciuti.

Così facendo le relazioni umane più intime, sottoposte a un processo di astrazione, vengono progressivamente smaterializzate. Ma che significa assegnare alle relazioni sociali fondamentali un carattere sempre più astratto, indistinto e intercambiabile se non dare una formidabile opportunità alla loro possibile conversione in valore-denaro?

Tutto ciò che ha natura quantitativa e impersonale, tutto ciò che si presta ad assumere qualsiasi forma si avvicina alla forma astratta tipica del denaro. Come ha mostrato Georg Simmel, il denaro come unità di misura universale non è altro che una sorta di «equivalente funzionale» in grado di livellare ogni differenza qualitativa, la quale viene quantificata per essere resa scambiabile sul mercato.

mamma_bambina_incintaNon meraviglia dunque la parallela diffusione di tecniche come la GPA (tipica espressione in antilingua), detta volgarmente «utero in affitto», dove le persone vengono al tempo stesso ridotte a cose e a funzioni. Il bambino è ridotto a prodotto mentre la funzione genitoriale viene parcellizzata, come in una catena di montaggio, e spezzata in due fasi: concepimento (madre prestatrice dell’ovulo e seme dell’acquirente del bambino-prodotto) e gestazione (madre gestatoria, ovvero colei che porta in grembo il bambino-prodotto).

La crescente giustificazione teorica di simili pratiche – per non parlare della loro traduzione legislativa – è indubbiamente un regresso sul piano della civiltà. Segna il ritorno a certi costumi del paganesimo che determinavano il valore di una persona umana assegnandole un «prezzo». L’essere umano così non è più «persona» bensì «cosa». In questo senso sono di estrema attualità le parole di Maria Adelaide Raschini, una delle più brillanti allieve di Michele Federico Sciacca: «Una società neopagana, come quella in cui viviamo, ha molti modi per ‘convenzionare’ il prezzo delle persone: basti pensare alle colossali cifre in gioco quando si tratta di ‘proporzionare’ una persona non al suo ‘grado di essere’ — cioè al suo ‘essere persona’ e alla sua coltivata personalità, e dunque di dignità uguale a quella di tutti gli uomini —, bensì, per esempio, al numero di spettatori ammassabile attorno alla sua redditizia immagine. Il quantum diventa la misura del successo ‘mondanamente’ considerato. La frequenza di queste valutazioni di quantum, riferito a persone, ci fa talvolta temere — o ce lo conferma — di vivere in una civiltà pagana».

Andreas Hofer

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