03/01/2026 di Francesca Romana Poleggi

Ma quali sono, davvero, i diritti dei bambini?

Una prima Dichiarazione internazionale dei diritti dei bambini risale al 1924, ai tempi della Società delle Nazioni. Nel tempo si sono susseguite un gran numero di norme nazionali e internazionali, tese alla tutela dei minori. Non si può non rilevare l’ipocrisia di chi predica i diritti dei bambini e promuove il “diritto fondamentale” all’aborto, nonostante, ad esempio, l’art. 6 CRC (Gli Stati riconoscono a ogni bambino l’intrinseco diritto alla vita. Gli Stati devono assicurare l’estensione massima della sopravvivenza e dello sviluppo del bambino) e nonostante il Preambolo della “Dichiarazione Universale dei diritti del fanciullo” del 1959 che invoca una particolare protezione e cure speciali, compresa un’adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita. Tutte le norme del mondo servono davvero a poco se non si poggiano sulla legge naturale che protegge il diritto alla vita di tutti gli esseri umani e, in particolare, il diritto dei bambini di nascere e quello di crescere con la mamma e il papà (appena accennato all’art. 7 CRC). Oggi sono innanzitutto i diritti dei bambini a essere calpestati da unioni e adozioni gay, poliamore, utero in affitto, “love is love”, e i nostri Lettori saranno d’accordo. Ma quanti sono disposti a riconoscere che la radice di questo male è nella legalizzazione del divorzio?

«Non c’è più religione!»

Sono stata invitata tempo fa a parlare di famiglia e a presentare il mio libro Per amore dei nostri figli dal responsabile di un ente politico costituito per la difesa dei valori, davanti a un pubblico “amico”, certamente non “liberal” né di sinistra. Tra i correlatori, infatti, c’erano un senatore e un assessore di centrodestra (non faccio nomi per non sollevare inutili polemiche). Ma, ahimè, a un certo punto ho avuto la sensazione di essere capitata in un raduno della “Luca Coscioni". Costoro, infatti, in modo pacato, dialogante e molto gentile hanno detto neanche troppo velatamente che una mamma demente, malata, è bene che muoia, così come un disabile grave è bene che possa suicidarsi; e che le donne in crisi per una gravidanza inaspettata devono avere “la scelta”. Hanno anche dato per scontato che l’inferno non esista. E mi sovviene allora il ricordo della mia nonnina (classe 1902) che ogni volta che c’era qualche bruttura da commentare diceva: «Non c’è più religione!». Su tutti questi temi ci sarebbe ovviamente molto da dire, ma non è questo il luogo.

«Basta l’amore»

È un altro il punto su cui vorrei ragionare ora. Se ai relatori e ai presenti avessi chiesto se fossero favorevoli al gender e alle adozioni gay, sono (quasi) sicura che avrebbero risposto di no. Il senatore e l’assessore hanno però, di fatto, sostenuto fermamente che ai bambini basta l’amore. Se i genitori sono separati e magari risposati con altre persone a loro volta con figli, le famiglie allargate possono continuare a essere bellissimi luoghi d’amore. Dalla reazione del vasto pubblico, mi sono resa conto che la maggioranza in sostanza condivideva queste tesi. E magari le condivide anche una parte di voi, gentili Lettori. Vorrei allora proporre alcuni spunti di riflessione. La morale è davvero in crisi, come è in crisi il comune senso del pudore, come è in crisi il fondamentale principio del rispetto della vita umana in ogni circostanza. Ma la radice del male è davvero profonda. Se Madre Teresa, giustamente, vedeva nell’aborto la prima e principale minaccia alla pace sociale, mi chiedo se non sia il caso di puntare il dito anche contro il divorzio e la mentalità divorzista che è evidentemente infiltrata dappertutto, anche tra persone “conservatrici” che si riuniscono per parlare e promuovere i valori. Il divorzio fa male ai figli. Sempre. Anche se poi - si spera - questi riescano a elaborare il lutto e a costruire un sano rapporto affettivo con i divorziati. Ma se ai bambini basta l’amore di un padre e di una madre separati, il passo per legittimare “tutto il resto” è davvero breve. 

«Love is love»

Se ai bambini basta “l’amore” per crescere bene, la proposta Cappato di consentire la fecondazione artificiale alle donne single (e quindi alle lesbiche) prima o poi passerà. Così come andrà sempre più diffondendosi ogni tipo di convivenza che verrà riconosciuta come “famiglia”. In Quebec alcuni mesi fa una bambina di tre anni è stata data in adozione a una “troppia”, un trio di uomini conviventi, “poliamorosi”. Per ora sono legalmente riconosciuti genitori della piccola solo due dei tre, ma già è in corso una causa tesa a riconoscere la triplice genitorialità. Del resto la Corte Superiore canadese all’inizio di quest’anno ha affermato che i bambini possono avere più di due “genitori” legali, per non “discriminarli” e garantir loro gli stessi diritti dei figli di due. La multigenitorialità viene ormai riconosciuta oltre che in Canada, in diversi Stati federati Usa, in Brasile, Argentina, Colombia. Sempre nel “miglior interesse del minore”. Il terzo genitore, nei primi casi in questione, era il venditore di gameti che si aggiungeva ai due compratori che avevano ottenuto un bambino attraverso la fecondazione artificiale. Una volta passato il principio che i “genitori” possono essere tre, si è cominciato a considerare tali tutti i conviventi che vantano in qualche modo il “diritto” ad avere un figlio. 

Quanto è bello il “poliamore” 

Varie province canadesi hanno già, in varia misura, legalizzato anche le unioni poliamorose. Del resto di “troppie” e di promozione del poliamore si parla già da dieci anni almeno. Non solo in Canada, ma anche in Brasile, in Thailandia, in Spagna, negli Usa (in alcune città del Massachusetts) vengono registrate le unioni “di gruppo” (“domestic partnership”) tra più di due adulti. In Colombia è stato riconosciuto il diritto alla pensione di reversibilità in una “famiglia poliamorosa”. Non si tratta (ancora) di vero e proprio matrimonio civile tra tre o più persone, ma siamo sulla “buona” strada. 

Tutto è cominciato con il matrimonio gay

Che il “matrimonio” gay sia stato l’inizio dello sdoganamento delle più varie e fantasiose forme di convivenza si diceva da sempre. «Ma se lo fanno “loro”, per “noi” che male c’è?», pontificavano gli illuminati, trascurando che la cosa avrebbe presto coinvolto i bambini. Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno, era stata invece molto chiara: «La scienza - la psicologia, l’antropologia, la pedopsichiatria - e anche la sociologia e il diritto ormai» dimostrano che i bambini crescono bene non solo nella “famiglia arcobaleno”, ma anche all’interno di “famiglie” composte da una pluralità di genitori: «Non importa - assicura La Delfa - se questi siano uno, due o diciotto». I Lettori sanno bene quanto ciò sia falso. In Per amore dei nostri figli potete consultare l’ingente mole di bibliografia che prova esattamente il contrario: i bambini crescono meglio con un padre e una madre sposati. 

C'era una volta la famiglia numerosa

La famiglia è una sola, quella fra un uomo e una donna uniti in matrimonio aperti alla generazione. È una verità data dalla ragione naturale. Ogni mediazione, ogni compromesso, a cominciare dalle unioni civili, vale a far diventare “diritto” quello che è solo capriccio e - nella migliore delle ipotesi - sentimento. Se “love is love”, allora bisogna accettare tutto; se non conta il genere, non conta neanche il numero: il “principio di uguaglianza” non si può violare! Chi pensa a una famiglia numerosa, pensa - per esempio - a una famiglia con quattro o cinque figli? Roba vecchia, arcaica e stereotipata, anche un po’ omofoba, o quanto meno patriarcale ed eterosessista. Oggi le nuove “famiglie” numerose - quelle che meritano tutela sociale e considerazione legale e che vanno prese a modello per le nuove generazioni - hanno magari un solo figlio, ma parecchi “genitori”. Come accaduto già in Olanda, dove due donne e tre uomini hanno “avuto” un bambino: cinque genitori con uguali diritti e responsabilità, tutto a “beneficio” del piccolo. 

E i diritti dei bambini?

In ambiente conservatore (come nel contesto del convegno di cui ho parlato all’inizio) ancora c’è una discreta resistenza ad accettare che le coppie omosessuali (o i “gruppi”) allevino bambini. Ma cadrà presto se le persone di buona volontà non si adoperano per un cambiamento culturale alla radice. E la radice sta nel fatto che ai bambini non basta un solo genitore e non bastano due genitori qualsiasi: ai bambini servono il padre e la madre biologici, stabilmente uniti in matrimonio. Diciamo subito che, grazie al Cielo, il mondo e la storia sono pieni di persone cresciute senza genitori o comunque in situazioni disastrate che sono riuscite nella vita felicemente e anche brillantemente. È anche vero - e ce lo auguriamo sinceramente - che ci sono famiglie disgregate, incollate e allargate in cui regna pace e armonia. Del resto ci sono atleti paralimpici che fanno record incredibili nelle più diverse discipline, ma ciò non vuol dire che bisogna menomare i normodotati! E così ogni bambino, di default, ha diritto d’essere cresciuto dal padre biologico e dalla madre che l’ha portato in grembo e partorito (e che si spera sia anche la madre biologica). Il divorzio, come tutto ciò che contrasta col bene comune, andava vietato, salvo eccezioni particolari e casi limite (che purtroppo esistono). Legalizzandolo è divenuto banalmente “normale”. 

L’adozione 

Anche i genitori adottivi non sono “naturali”, come il papà e la mamma biologici. Ma sono persone eroiche che danno una famiglia a bambini traumatizzati. Sanno bene che presto o tardi i loro figli avranno bisogno di aiuto per accettare la mancanza di radici e potrebbero passare lunghi anni a cercare di ricucire i fili del loro codice genetico. L’adozione, però, limita egregiamente i danni. Purché “adoptio naturam imitatur”, come dice il brocardo. Purché gli adottanti siano un padre e una madre desiderosi di dare amore a un figlio e non persone che pretendono di avere un figlio. Per questo vanno in qualche modo selezionati. Bisogna evitare che coppie non idonee arrechino ulteriori danni a bambini già traumatizzati. E già questo ragionamento ci fa capire che non basta l’amore.

La radice più profonda del male

Ribadisco che la verità, dimostrata dalla legge naturale e da ricerche statistiche decisamente difficili da confutare (consultabili in Per amore dei nostri figli), è che ai bambini servono un padre e una madre uniti in matrimonio. Non basta la convivenza; non basta una famiglia ricostruita e allargata. La separazione e il divorzio arrecano ferite profonde ai figli, a tutte le età. Non è vero, salvo casi limite, che è meglio due genitori separati che litigiosi. Una ricerca giapponese ha addirittura concluso che per i figli è più facile elaborare il lutto per la morte di un genitore che per il divorzio. Con un certo sconforto, purtroppo, ho dovuto constatare in occasione del convegno di cui sopra che questo è un nervo scoperto che non si può toccare. È vero, oggi il numero dei separati e divorziati - consentitemi il paradosso - supera quello degli sposati. La legge Fortuna-Baslini ha svolto egregiamente il suo compito “pedagogico”. Ha normalizzato lo scioglimento del matrimonio. Quindi “l’amore è eterno finché dura”. E i figli? A loro “basta l’amore”? E allora perché non basta quello di chi li ha comprati con la turpe pratica dell’utero in affitto? perché non basta quello di una coppia omosessuale o di una “troppia” o di un gruppo misto di vario genere? Le evidenze statistiche e sociologiche dicono tutt’altro: alla radice del malessere delle nuove generazioni ci sono sì i social e i telefonini, ma anche e soprattutto le famiglie distrutte. Questo non vogliamo capirlo. Finché non ci scrolliamo di dosso la mentalità divorzista, finché non recupereremo il vero significato del vero amore che è per sempre - se no non è vero amore - la deriva verso il disfacimento dell’umanità continuerà inarrestabile.

 

Articolo già pubblicato sulla Rivista Notizie Pro Vita & Famiglia n. 146 di dicembre 2025

 

 

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