L’ultima follia del gender, la trans-ceretta come diritto umano

L’ultima frontiera della guerra al sesso biologico come “dato” è la guerra per la “trans-ceretta” che si sta svolgendo in Canada.

Ebbene sì, sembra uno scherzo ma non lo è perché il gender, con tutta la sua violenta ossessione ideologica, rischia di rovinare nel concreto la vita di tutte quelle persone che per amore di verità o, come in questo caso, di semplice decenza non intendono sottomettersi ai suoi assurdi diktat.

Ci riferiamo, nello specifico, al caso di Jessica Yaniv, nato Jonathan Yaniv, un transessuale che dichiara di essere donna pur avendo i genitali maschili intatti, pretendendo, in virtù di ciò, che le estetiste debbano fargli, come se fosse la cosa più naturale del mondo, la ceretta nella zona dell’inguine, nonostante l’ovvio diniego di molte. Tante di loro, infatti, si sono rifiutate, per ovvii motivi e per tutta risposta sono state denunciate per transfobia. Yaniv ha infatti presentato denunce contro più di una dozzina di loro presso il Consiglio per i diritti umani (HRC) nella Columbia Britannica, sostenendo che il rifiuto delle donne a rimuovergli i peli pubici sia addirittura una forma di discriminazione. Infatti, secondo l’uomo (e qui viene fuori tutta la follia del gender nella sua totale assenza del rapporto col reale) l’auto-identificazione come donna sarebbe sufficiente, nel suo caso, per essere trattato come tale e di conseguenza avere accesso a servizi tipicamente riservati al gentil sesso..

La cosa più grave è che Yaniv non scherza affatto: due delle donne denunciate dal transessuale sono già state costrette a chiudere l’attività a causa delle azioni dell’HRC. Una di loro è un’immigrata brasiliana, che prima dell’irruzione di Yaniv nella sua vita aveva un’attività di estetista che gestiva direttamente da casa, dove viveva con i suoi bambini. Ma essendosi rifiutata di far entrare un uomo a tutti gli effetti, come Yaniv, in casa e per di più con la pretesa di una prestazione professionale così particolare, ora è senza lavoro.

Un’altra è Sikh che non esegue la ceretta all’inguine per motivi religiosi, anche lei ora è senza lavoro e la cosa più perversa è che queste gravi ingiustizie siano perpetrate proprio in nome dei “diritti umani”. Il rischio, se si va avanti di questo passo, è che la legge finisca per imporre definitivamente alle donne, a suon di sentenze, l’obbligo a piegarsi a certe particolari richieste, per non correre il rischio di essere accusate di “transfobia” e, a causa di ciò, perdere su due piedi il lavoro.

Insomma, una condotta misogina, che la legge rischia di far diventare norma e, paradossalmente, proprio in nome della non discriminazione legata al genere.

Fonte: The Post Millennial

Manuela Antonacci

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