Alla fine dello scorso mese di dicembre l’associazione Pro Vita & Famiglia ha presentato due ricorsi alla CEDU, la Corte europea dei diritti dell’uomo, contro alcune sentenze del Consiglio di Stato che hanno confermato la legittimità della rimozione, di fatto una vera e propria censura, da parte di Roma Capitale di alcuni manifesti affissi nell’ambito di campagne di sensibilizzazione sociale sui temi della vita nascente e dell’ideologia gender.
E proprio contro questa e altre censure subite dall'associazione negli ultimi anni, Pro Vita & Famiglia ha lanciato lunedì scorso, 2 marzo - nel corso di una conferenza stampa tenuta in Senato - la nuova campagna "E io Parlo!", che proseguirà nei prossimi giorni e settimane con affissioni pubbliche, contenuti social e un sito ad hoc, mentre è già online una petizione sul tema che ha raccolto quasi 10.000 firme.
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I ricorsi alla Corte europea
I ricorsi, depositati a Strasburgo, riguardano due distinte pronunce del Consiglio di Stato, entrambe risalenti all’agosto 2025. La prima, pubblicata il 25 agosto 2025, ha ritenuto legittima la rimozione dei manifesti affissi in occasione dell’8 marzo con l’immagine di un feto e la scritta “Potere alle donne? Facciamole nascere. #8 marzo”. La seconda, del 29 agosto 2025, ha invece confermato la censura di altri manifesti, recanti invece il messaggio “Basta confondere l’identità sessuale dei bambini #stop gender nelle scuole”. In entrambi i casi Pro Vita & Famiglia contesta davanti alla Corte europea la violazione di tre articoli fondamentali della CEDU: l’articolo 10, che tutela la libertà di espressione e consente limitazioni solo se necessarie e proporzionate; l’articolo 9, che protegge la libertà di pensiero, di coscienza e di religione; e l’articolo 14, che vieta trattamenti discriminatori, tanto più quando analoghe campagne sono state autorizzate in numerosi altri comuni e quando non vi è parità di trattamento rispetto a messaggi di segno opposto.
Le affissioni dell’8 marzo
La prima vicenda risale alla Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo 2022, quando Pro Vita & Famiglia aveva chiesto e ottenuto l’affissione, nel Comune di Roma, di manifesti raffiguranti una bimba ancora in fase fetale accompagnata dalla scritta “Potere alle donne? Facciamole nascere! #8 marzo”. Non appena venuta a conoscenza delle affissioni, l’amministrazione capitolina è intervenuta con un provvedimento di rimozione, sostenendo che il messaggio fosse offensivo della libertà della donna all’interruzione volontaria di gravidanza e lesivo della dignità femminile, in contrasto con l’articolo 12-bis del Regolamento comunale sulla pubblicità. L’Associazione ha diffidato Roma Capitale, chiedendo il ripristino delle affissioni e ricordando che si trattava di “stampati” tutelati dalla legge sulla stampa e dall’articolo 21 della Costituzione, sottolineando anche come il messaggio non ledesse in alcun modo diritti o libertà individuali. Di fronte al rifiuto dell’amministrazione, Pro Vita & Famiglia è ricorsa al TAR Lazio, che con sentenza del 4 dicembre 2023 ha respinto il ricorso, riconoscendo un’ampia discrezionalità alla pubblica amministrazione e arrivando ad affermare che il manifesto non fosse rispettoso della libertà di autodeterminazione della donna di abortire. Una motivazione che ha portato l’Associazione a impugnare la decisione davanti al Consiglio di Stato fino ad approdare infine alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Stop Gender nelle Scuole
La seconda vicenda ha origine invece nel giugno 2022, quando Pro Vita & Famiglia ha chiesto l’affissione a Roma di un manifesto collegato a una campagna di raccolta firme contro la diffusione della teoria gender nelle scuole. L’immagine raffigurava un bambino in età adolescenziale a cui mani esterne porgevano un fiocchetto rosso e un rossetto, accompagnata dalla scritta “Basta confondere l’identità sessuale dei bambini #stop gender nelle scuole”. Roma Capitale ha negato l’autorizzazione, richiamando l’articolo 12-bis del Regolamento sulla pubblicità e il comma 4-bis dell’articolo 23 del Codice della Strada, sostenendo che il messaggio fosse lesivo delle libertà individuali e fosse anche discriminatorio. Anche in questo caso l’Associazione ha fatto ricorso al TAR Lazio, chiarendo che il manifesto esprimeva una critica all’introduzione della teoria gender nelle scuole, era privo di contenuti offensivi o discriminatori, non aveva natura commerciale e risultava coerente con le indicazioni del MIUR che escludono l’insegnamento delle teorie del gender. Nonostante ciò, il TAR, con sentenza del 28 marzo 2024, ha respinto il ricorso, ritenendo il messaggio non rispettoso della libertà di autodeterminazione dell’identità di genere. Pro Vita & Famiglia ha quindi appellato la decisione al Consiglio di Stato, fino alla scelta di portare anche questo caso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo per far valere, ancora una volta, la libertà di espressione e il diritto a un trattamento non discriminatorio su temi di evidente interesse pubblico.
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