16/02/2026 di Redazione

Libertà di espressione, l’allarme di Castellane: «Opinioni pro life sotto attacco»

Nell’attuale contesto politico e sociale appare sempre più sottile il confine tra legittimo confronto e censura. Sempre più sottile, ma anche sempre più scavalcato da chi vuole tappare la bocca alle opinioni altrui, soprattutto quando tentano di difendere i valori non negoziabili e i principi etici. Troppo spesso, infatti, basta esprimere una posizione non conforme al politicamente corretto e al “mainstream” del progressismo - su temi sensibili come la tutela della vita nascente, la famiglia o l’educazione dei figli - perché scattino accuse di intolleranza o estremismo, fino a vere e proprie censure. Ma qual è oggi lo stato reale della libertà di espressione in Italia e in Europa? E quale spazio resta per chi, nel solco di una tradizione culturale radicata, rivendica il diritto di proporre una visione antropologica diversa da quella dominante? Ne abbiamo parlato con Boni Castellane, docente di filosofia, saggista ed editorialista del quotidiano La Verità

 

Oggi basta una frase ‘non allineata’ per essere etichettati come ‘odiatori’, ‘bigotti’, ‘omofobi’, addirittura ‘fascisti’. La libertà di espressione è ancora un pilastro democratico o è diventata un permesso a tempo, revocabile se si toccano certi tabù come, appunto, vita, famiglia, educazione?

«Dal punto di vista politico, l'Italia dovrebbe essere considerata un'isola felice se pensiamo alle lacerazioni che ci sono in altri Paesi come l'America o al degrado al quale sta andando incontro la società francese o se pensiamo a governi orwelliani come quelli inglese e spagnolo o al caso di un insegnante irlandese, Enoch Burke, perseguito penalmente e arrestato perché si è rifiutato di usare i pronomi gender nei confronti degli alunni. Affermare che da noi non esiste pienamente la libertà di espressione ha senso nella misura in cui parliamo di coloro che esprimono una narrazione diversa da quella di sinistra. Allora sì che in quel caso esiste una vera e propria censura».

Tra questi ci sono i pro life. Oggi in Italia quanto conta la voce di cittadini e associazioni pro family e pro life? Come negli Stati Uniti i pro life possono aspirare ad essere una voce che cambia concretamente la società, la cultura e addirittura la politica?

«Io credo fortemente in un’impostazione della pre-politica. Credo fortemente in tutti coloro che credono, che antepongono la metapolitica alla politica e credo fortemente che le idee e i valori vengano spesso coltivati da un piccolo gruppo di persone che conoscono ciò che amano e per questo motivo diventano portatori di luce in seno alla società. Di conseguenza, anteporre il piano valoriale al piano gestionale è il modo giusto per combattere la buona battaglia, perché lavorando sul piano valoriale saranno poi i valori che “contamineranno” anche i gestori del potere. Al contrario, lavorando unicamente per raggiungere la gestione del potere si potrebbe rischiare eventualmente di trovarsi con gli arsenali vuoti e con valori pronti a essere sradicati velocemente. Da questo punto di vista, tornando al punto cruciale della domanda, credo che Pro Vita & Famiglia in Italia conti e che svolga un ruolo fondamentale, ma ancora di più credo che quella sia la strada giusta. Che non significa essere necessariamente di Pro Vita, ma significa che quel tipo di impostazione valoriale, nel mondo della politica, è la migliore in assoluto. In tal senso citare l'America è molto appropriato, non solo perché lì esiste un movimento Pro-Life che ottiene grandi risultati ed arriva a esprimere grandi esponenti nel Governo, in Parlamento, in Senato, ma anche perché negli USA esiste una cultura che non è la cultura delle lobby: è la cultura della coltivazione dei valori che si antepone alla gestione del potere. Credo che da questo punto di vista il mondo pro life debba porsi - e lo fa già -, dunque sia per i contenuti che per la forma, diventando di conseguenza un vero e proprio esempio».

 

 

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