04/03/2026 di Luca Marcolivio

Libertà d’espressione e manifesti censurati. Quando anche Zagrebelsky difese Pro Vita & Famiglia

Se c'è una cosa dinanzi alla quale sinistra e progressisti provano terrore è la libertà di espressione. Il fenomeno è sotto i nostri occhi da molti anni e si manifesta essenzialmente in due modi: l'intimidazione violenta dei nichilisti facinorosi e la censura istituzionale. 

La Campagna per la libertà d’espressione

Pro Vita & Famiglia vive da tempo, infatti, sotto il fuoco incrociato dei suoi più o meno violenti censori e lo si vede soprattutto - a livello istituzionale - da come le amministrazioni comunali di sinistra e progressiste usano (e strumentalizzano) l’art. 23 c. 4-bis del Codice della Strada, quest’ultimo al centro della nuova Campagna “E io Parlo!” dell’associazione. Un modus operandi, quello di censurare - o imbrattare - i manifesti di chi la pensa diversamente, che conferma come non c’è nulla che possa dare più fastidio ad abortisti, femministe e comunità Lgbt della libera discussione e manifestazione del pensiero.

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Quando Zagrebelsky difese Pro Vita & Famiglia

Si diceva che sinistra e progressisti provano terrore per la libertà d’espressione altrui, quando essa non coincide con il proprio pensiero e con il politicamente corretto. Ecco, per fortuna non tutti hanno questa disonestà intellettuale, soprattutto quando le opinioni diverse sono più che legittime, innocue, costruttive oltre che veritiere. È il caso del giurista Vladimiro Zagrebelsky, venuto a mancare lo scorso agosto, ma che nel 2022 difese a spada tratta - nonostante le sue posizioni notoriamente progressiste e di certo non pro life - una campagna di affissioni di Pro Vita & Famiglia vergognosamente censurata.

Potere alle Donne? Facciamole nascere

Il noto magistrato torinese, che fu anche membro della Corte europea dei diritti dell’uomo, si espresse in una sorprendente difesa delle ragioni dell’associazione quando l'oggetto del contendere fu una campagna di Pro Vita & Famiglia partita nel 2022 in prossimità della ricorrenza della Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo. Lo slogan impresso sui manifesti recitava: «Potere alle donne? Facciamole nascere!». Un'iniziativa che era stata brutalmente repressa, sia a Roma che a Torino, dalle rispettive amministrazioni comunali, entrambe di sinistra. Non solo. L’affissione dei manifesti di Pro Vita & Famiglia era stata attaccata dall'assessore torinese alle Pari Opportunità, Jacopo Rosatelli, come «orrenda, reazionaria e anti-storica», mentre il collettivo femminista “Non una di meno” aveva incitato a strappare gli stessi manifesti.

Tutt'altro approccio, appunto, fu quello di Zagrebelsky, che – dalle colonne di un quotidiano laico per definizione come La Stampa - aveva definito il messaggio della campagna di Pro Vita & Famiglia per nulla «violento o offensivo». Commentando inoltre la vandalizzazione dell'ingresso della sede nazionale dell’associazione, Zagrebelsky aveva osservato: «Invece di contrapporre argomenti, vogliono zittire chi la pensa diversamente: quei manifesti, dicono, sarebbero offensivi di una legge e della libertà di scelta. Chiedono di vietarli. Ma la critica delle leggi è libera», così come «lo è la proposta di modificarle, per restringerne la portata o per allargarla. Non solo, ma libera è anche la propaganda diretta a non usufruire di possibilità che la legge ammette».

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Zagrebelsky: «no alla censura»

In nome dei principi «del pluralismo, della tolleranza e dello spirito di apertura senza i quali non esiste società democratica», Zagrebelsky sottolineava: «Qualunque posizione si abbia sul tema dell’aborto, in difesa della libertà di opinione e di espressione, in difesa della democrazia, c’è da sperare di non dover assistere ad un atto di censura da parte dell’autorità pubblica». Una posizione, quella di Zagrebelsky, che fu allora un faro di speranza sul fatto che ci possa essere, si spera presto e finalmente, un sano e onesto confronto democratico, senza censure di sorta.

 

 

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