02/08/2021 di Fiorella Pecorale

L’eredità psicologica nella gestazione. Un tema ancora (troppo) sconosciuto

La medicina sembra contraddirsi, franare su sé stessa e compromettersi in paradossi quando si tratta di tematiche intrise e fin troppo aggrovigliate nell’ideologia e nel settore politico. La psicologia gestazionale, così come la neurofisiologia dell’attaccamento, sono infatti materie tanto affascinanti quanto oscurate.

Bisogna essere specifici nella ricerca del titolo, indagare bene fino a scovare i nomi degli studiosi, cercare parole chiave che possano riportare a questi argomenti così controversi. 

La gestazione è un mondo a sé. Un pianeta che ruota su sé stesso in modo perfetto nell’universo anatomico e, così come incuriosisce la probabile vita su Marte, qualunque spettatore resta meravigliato e senza fiato di fronte all’impeccabile formarsi della “vita dentro la vita”. Si parla infatti poco di come quel “grumo di cellule” inizi a formare il suo codice genetico sulla base di input che vengono dettati dalle emozioni della madre. Metri e metri di DNA (e ditemi se già questo non è un miracolo), srotolano informazioni e si conformano a seconda di ciò che la madre trasmette loro.  Ecco come inizia a formarsi il bambino: con informazioni.

A tal proposito nel suo libro La sinfonia del vivente, Joel de Rosnay spiega un principio che toglie il fiato: nel momento in cui avviene la fecondazione, il DNA degli spermatozoi e il DNA dell’ovulo non sono i soli ad incontrarsi e a fondersi. All’interno delle cellule germinali infatti, esiste un gran numero di altre molecole capaci di influenzare lo sviluppo dell’embrione; in parole povere, sono molecole che portano con sé informazioni importanti quali traumi, separazione dalla madre alla nascita, malnutrizione, mancanza di sonno, rifiuto per la vita e così via.

Studi comprovati come questi affermano che sin dal concepimento i sentimenti della madre sono capaci di regolare l’RNA e questa regolazione avviene fino alla terza generazione. Pertanto, verrebbero ereditati tanto i traumi quanto le emozioni positive. Un gran fuoco d’artificio scoppia in silenzio mentre milioni di cellule iniziano a colorare l’individuo sin dai suoi primi giorni di vita: in quel codice ci saranno le sfumature di chi lui sarà e del modo in cui, dalla madre, ha raccolto ognuna di quelle informazioni.

La legalizzazione (fortunatamente in paesi diversi dal nostro) dell’utero in affitto o di aborti praticati in nome di “grumi di cellule” allora, diventa ancora più vergognosa. Non su basi morali o religiose, ma su oggettive basi scientifiche. 

Una scienza forse poco conosciuta, quella inerente al periodo gestazionale dalla quale ha inizio l’età evolutiva dell’individuo, ma piena di verità scomode.  Il corpo umano, infatti, è fatto di esperienze di contatto e, come in una sinfonia vibrazionale, esso risponde al suono del prossimo plasmando la sua coscienza in risposta ad esso. Si conosce bene il modo in cui la personalità si conforma in base all’immagine che l’uno rimanda all’altro per tutto il corso della vita, ma non si parla mai (o poco) del modo in cui l’individuo riceve come riflesso della sua immagine gli input materni. 

Ed ecco il paradosso: come può la medicina approfondire e scovare verità così sbalorditive, lasciando poi che asettici guanti in lattice denaturalizzino in modo così meschino il prodigio della vita? Se il rifiuto è capace di modificare l’informazione biologica, come può una madre surrogata crescere, nel proprio grembo, un bambino come un inquilino in affitto per un tempo prestabilito?  Come si può ignorare, scientificamente parlando, tutto il bagaglio di informazioni di rifiuto che quel bambino si porterà dentro? 

Ignorare porta con sé due accezioni: non sapere o fingere di non sapere. La seconda ha scopi prettamente manipolativi. Quale evoluzione biologica spetta ad un mondo che decide di ignorare, fabbricando individui secondo il proprio egoismo e polverizzando quelli veri? Se l’amore diventa artificiale, la maternità viene venduta, la vita viene manipolata, gli embrioni vengono aspirati come oggetti disordinati, quale destino spetterà ad un’umanità che è stata creata per toccarsi, per rimanere in contatto, per amare?!

Domande che echeggiano in terreni sempre più pericolosi, o che forse volano via come foglie in preda ad uno spietato vento autunnale che cancella ogni traccia della precedente stagione, ma pur sempre interrogativi che hanno bisogno di esistere. È necessaria la conoscenza, perché a sua volta essa formerà un pensiero. Chi non pensa, diceva un saggio filosofo, si adegua al sentito dire. 

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