21/11/2019

Le mani del gender anche sul Natale

Lasciateci almeno il Natale. Verrebbe da commentare così, quasi con una supplica, l’avvento di un periodo natalizio che – stando alle prime avvisaglie – dovrebbe essere all’insegna del politicamente corretto e del gender. Questo, almeno, lascia presagire il fatto che il nome stesso del Natale stia qua e là scomparendo, sostituito da espressioni ritenute più accattivanti e «inclusive». Succede a Ikea Danimarca - dove oggi si preferisce parlare di «Vinterfest», ossia di festa dell’inverno – e non sembra lontano dal succedere perfino in Italia, dove solo pochi giorni fa, in un asilo in provincia di Ancona, due maestre avevano proposto – subito stoppate dalla dirigente – di abolire la recita natalizia «per non offendere» i bambini stranieri.

Non c’è però solo il politicamente corretto, a minacciare un sereno avvento. Il periodo dicembrino è infatti attraversato, come si diceva poc’anzi, anche dall’immancabile indottrinamento gender. Assai emblematico, a questo proposito, il caso delle Barbie “Carriere iconiche” - che sfoggiano i panni della Nasa o la divisa di volo dell’Esa per rafforzare l’empowement femminile – e delle Creatable world, bambole «senza sesso», senza stereotipi di genere, senza etichette tutte mix and match e gender-fluid. Unitamente a questo, come noto, vige l’esortazione a regalare il più possibile ai piccoli giocattoli gender free.

Non a caso già da anni colossi come Magasin U in Francia, la svedese Toy Top e la londinese Harrods – solo per fare alcuni nomi –, si sono «genderizzati» arrivando a produrre anche, per l’appunto, giocattoli appositamente neutri. Il motivo? Creare una società più equa ed egualitaria. Peccato però che non esista neppure uno studio scientifico - neppure uno - che colleghi l’utenza fanciullesca del mercato dei giochi con future, eventuali discriminazioni nel mondo del lavoro.

«E’ vero – è costretta infatti ad ammettere pochi anni fa anche una come la psicologa Cordelia Fine, che a significative differenze fra maschile e femminile non crede affatto – finora non esistono ricerche che riconducano il mercato dei giocattoli e dei libri di genere alla successiva discriminazione occupazionale o alla condivisione delle faccende domestiche». Per la verità, non solo mancano ricerche sulla pericolosità dei giocattoli sessisti, ma ne esistono molte che suggeriscono la spontaneità, nei bambini, delle preferenze diversificate.

Esaminando i giocattoli presenti nelle camerette di un gran numero di bambini sul finire degli anni ‘80 del secolo scorso, degli studiosi si sono messi a suddividerli tra quelli che i fanciulli avevano chiesto ai genitori e quelli che i genitori avevano regalato loro. Ebbene, alla fine si scoprì che i giocattoli più sessualmente tipizzati – la bambola rosa e il camioncino blu, per capirci – erano proprio quelli che i piccoli avevano chiesto maggiormente. Il che lascia pensare che i giocattoli maschili siano in primis i bambini a richiederli, come quelli femminili le bambine.

Depone a favore di questa differenza il fatto che perfino i cuccioli dei primati giocano diversamente a seconda del sesso. Se ne accorse, decenni or sono, la psicologa Eleanor Maccoby, la quale, già sul finire degli anni ‘70, scriveva che «schemi di gioco specificamente maschili e femminili si riscontrano con notevole grado di affinità nel gioco dei giovani primati». Studi più recenti hanno confermato, nelle preferenze dei giocattoli, come delle differenze tra i sessi siano state registrate osservando specie di primati caratterizzate da un modesto grado di dimorfismo sessuale.

Per quanto insomma ci si sforzi di negarla e di ricondurla a mero costrutto culturale, la differenza tra maschile e femminile continua a ripresentarsi anche, se non soprattutto, nei giocattoli; motivo per cui è chiaro come essa sia naturale e che, anche questo Natale, non debba impensierire alcun genitore, checché ne dicano i tanti spot «gender free».

 

di Giuliano Guzzo

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