L’aborto aumenta notevolmente l’insorgenza di problemi gravi di salute mentale che necessitano di ricovero ospedaliero. È quanto rivela uno studio a lungo termine recentemente pubblicato dal Journal of Psychiatric Research che ha monitorato oltre 1,2 milioni di gravidanze negli ospedali canadesi per un ampio periodo, fino a 17 anni dall’evento traumatico.
Lo studio
Le donne che hanno abortito hanno infatti manifestato maggiori probabilità di essere ricoverate in ospedale per problemi legati alla salute mentale - quali depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico e disturbi da uso di sostanze - rispetto alle donne che hanno invece portato a termine la gravidanza. Secondo i dati raccolti da tale analisi, nelle madri il rischio di ospedalizzazione correlato alla salute psicologica rimaneva dunque più alto già entro i primi cinque anni dall’evento abortivo. Pur considerando anche il peso di fattori quali lo stato socioeconomico o l’eventuale malattia mentale preesistente, i risultati sono rimasti statisticamente significativi, suggerendo un forte legame tra l’esperienza dell’aborto e il successivo sviluppo di sintomi dolorosi. D’altra parte è ormai acclarata scientificamente la sindrome postabortiva, che coinvolge maggiormente le madri, ma colpisce anche i padri dei bimbi cui viene intenzionalmente impedito di nascere.
La testimonianza
Quanto riportato dai numeri, in maniera piuttosto fredda e asettica, emerge in tutto il suo dramma dal racconto, riportato da LifeNews, fatto da una donna, Lisa, durante un ritiro presso Rachel’s Vineyard, associazione specializzata proprio nella cura del trauma postabortivo (presente anche nel nostro Paese con lo stesso nome, “La Vigna di Rachele”). «Ho evitato questo discorso per decenni, chiudendomi in me stessa per tanti anni a causa del dolore», ha spiegato. «I miei comportamenti - ha raccontato - sono stati profondamente influenzati dagli aborti procurati, ma non avevo mai affrontato la questione né tantomeno realizzato quanto abbiano avuto un impatto su ogni aspetto della mia vita. Per 40 anni ho convissuto con un odio verso me stessa, profonda tristezza, depressione e ansia. Ho evitato i bambini, i parchi, le famiglie e le amicizie. Ho sempre detto di non volere figli, eppure a quanto pare li ho sempre voluti», ha spiegato la stessa madre. Da questo processo intrapreso ha potuto trarre beneficio anche suo marito, il quale ha aggiunto: «ho sviluppato una maggiore compassione e ho finalmente compreso la sofferenza che lei aveva sopportato in silenzio per così tanti anni. Questo ritiro è stato illuminante e confortante, perché mia moglie è riuscita a superare anni di depressione e disperazione paralizzanti. È stato davvero decisivo anche per me avere l’opportunità di partecipare alla cerimonia funebre. Mi ha permesso di sostenerla in modo così significativo, includendoli anche nella mia vita, mentre onoravamo i figli defunti con la preghiera e soffrivamo insieme».
L’importanza della ricerca
È dunque fondamentale che la ricerca continui a confermare ciò che si può constatare ormai frequentemente nella pratica clinica intorno alla sindrome postabortiva, per comprendere sempre più la comprovata connessione tra la necessità di elaborare un lutto - purtroppo misconosciuta dai tanti paladini dell’”aborto libero e gratuito” - e un percorso di guarigione psicologica da intraprendere, in special modo da parte delle madri che abbiano impedito intenzionalmente al frutto del loro grembo di venire alla luce. In questa prospettiva diviene allora fondamentale l’esigenza di non lasciare sola nel suo dolore nessuna madre che abbia abortito, ma soprattutto la speranza che - a partire dal riconoscimento della dignità umana del figlio in grembo - sia possibile una guarigione nel contempo psicologica e spirituale.