06/05/2017

La vita è mia e la gestisco io: la termino quando voglio #1

La vita, la società, lo Stato

Tutti noi siamo nati e perciò viviamo. La nostra vita precede lo Stato poiché senza persone viventi lo Stato non potrebbe esistere. Perciò la vita preesiste lo Stato e lo Stato la può solo riconoscere.

La nostra vita non può appartenere allo Stato, altrimenti saremmo in una tirannia come abbiamo visto in passato nell’URSS, con Pol Pot e con Hitler. Perciò lo Stato non può decretare la nostra morte o permettere l’uccisione di una persona innocente. Anzi, lo Stato ha il dovere di riconoscere e proteggere la vita: è lo stesso principio dettato dalla ragione per il quale lo Stato impone le cinture di sicurezza in auto o il casco per la moto, o appunto il principio naturale per il quale si cerca di salvare una persona, anche se vuole morire.

Tutti noi abbiamo relazioni e doveri verso chi ci circonda. Anche le persone gravemente disabili sono in grado di instaurare delle relazioni con coloro che si pongono all’ascolto, e sono in grado di condividere gioie e dolori, come chiunque. Purtroppo, però, oggi, la società moderna educa le persone a costruire la propria autostima sul denaro, piacere, successo e prestanza fisica. Ma la vita vale davvero meno quando questi elementi vengono a mancare? Siamo veramente pronti a sostenere questa idea? E se lo siamo, che effetto si rischia di provocare sul modo in cui la società guarderà ai malati, agli anziani, ai poveri e ai disabili? Poi, una volta che viene accettata l’idea che la vita può essere soppressa, chi, quando e come potrà decidere quando una vita non è “degna di essere vissuta”?

Il desiderio di terminare la propria vita

Chi pensa al suicidio o chiede di morire non è sempre lucido in quella situazione. Basti vedere quanti sono i casi di coloro che si vogliono suicidare, ma che nel momento di farlo tentennano e cambiano idea. Abbiamo visto il caso di quel ragazzo che si voleva suicidare gettandosi da Ponte Vittorio a Roma il 18 febbraio 2017: numerosissime chiamate di cittadini preoccupati al 112, interventi della polizia e carabinieri, il ponte bloccato al passaggio, traffico impazzito...e il ragazzo, dopo un’ora, è stato salvato. E’ il principio naturale di attaccamento alla vita, per il quale si cerca  di salvare anche una persona che vuole morire. D’altronde, una cosa è il desiderare il suicidio e un’altra il farlo.
Quale dovrebbe essere il nostro comportamento di fronte a persone depresse o che si sentono sole? Incoraggiarle al suicidio o amarle e dir loro che sono importanti per quello che sono?

La ragione principale di chi chiede di morire è la depressione, non la sofferenza (che è facilmente controllabile con le cure palliative). Può la società dire: “va bene, togliti di mezzo, e io ti aiuto a farlo”? Il dovere della società non dovrebbe essere il contrario, cioè dare speranza a tutti?

Testimoni della bellezza della vita, sempre, nonostante tutto

Cosa ci insegnano persone come Andrea Turnu, malato di SLA, Lorenzo Moscon, giovane triplegico, Marco Pedde, malato di SLA, Matteo Nassigh, incapace di camminare, di parlare o di mangiare da solo, Rita Coruzzi, affetta da tetraparesi, Nick Vuijcic, nato senza gambe e braccia, Edoardo Bonelli, paralisi quasi completa condannato a una sedia a rotelle, e poi ancora Roberto Panella, Sara Virgilio, Max Tresoldi usciti da coma o da stato vegetativo e tanti tanti altri testimoni della piena voglia di vivere, nonostante tutto, ma che purtroppo, non appaiono mai nei TG?

Matteo Nassigh aveva scritto per DJ Fabo: «Voglio rispondergli perché io conosco bene la fatica di vivere in un corpo che non ti obbedisce in niente. Voglio dirgli che noi persone cosiddette disabili siamo portatori di messaggi molto importanti per gli altri, noi portiamo una luce. Anch’io a volte ho creduto di voler morire, perché spesso gli altri non ci trattano da persone pensanti ma da esseri inutili» e continua «È vero, noi due non possiamo fare niente da soli, ma possiamo pensare e il pensiero cambia il mondo. Fabo, noi siamo il cambiamento che il mondo chiede per evolvere! Tieni duro».
Riflettiamoci.

Forse, veramente ogni vita è degna di essere vissuta.

Toni Brandi

(continua domani)

 


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