Ieri sera, 16 giugno, il cardinale Camillo Ruini è tornato alla Casa del Padre. Ci lascia così, a 95 anni, una delle figure più importanti e influenti della Chiesa cattolica italiana degli ultimi decenni: teologo, pastore e anche protagonista instancabile della difesa dei valori non negoziabili nella sfera pubblica del nostro Paese. Con lui scompare un uomo che ha incarnato per oltre trent'anni la presenza coraggiosa della Chiesa nella vita civile e politica italiana, senza mai arretrare di un passo davanti alle pressioni culturali e ideologiche del nostro tempo.
Dunque, non solo per l’intera chiesa italiana, ma anche per il mondo pro life e pro family, Ruini non è stato soltanto un alto prelato, ma un riferimento, una bussola, un alleato. Il suo impegno si è dispiegato su tutti i fronti cruciali — aborto, eutanasia, famiglia — con una coerenza di pensiero e una determinazione pubblica rare. Ha denunciato le leggi che aprivano le porte alla «dolce morte», ha chiesto con insistenza che la legge sull'aborto venisse non solo rispettata nelle sue parti preventive, ma aggiornata e rivista alla luce del progresso scientifico, e la sua guida ha ispirato e sostenuto il grande Family Day del 12 maggio 2007 in Piazza San Giovanni in Laterano - raduno imponente, con oltre cinquecentomila persone secondo le stime più caute - che riuscì a bloccare il disegno di legge DICO sulle unioni civili del governo Prodi.
La battaglia senza sosta sul fine vita
Il cardinale Ruini è stato tra le voci più ferme e costanti della Chiesa italiana contro l'eutanasia e il suicidio assistito. La sua posizione, sempre in piena sintonia con il magistero cattolico, ha distinto nettamente il lecito rifiuto dell'accanimento terapeutico da qualsiasi forma di interruzione volontaria della vita. Una linea che non ha mai smesso di difendere pubblicamente, decennio dopo decennio, con argomenti filosofici, teologici e civili. Già nel gennaio 2007, durante il Consiglio Permanente della CEI, Ruini aveva posto un confine invalicabile: «La rinuncia all'accanimento terapeutico non può giungere però al punto di legittimare forme più o meno mascherate di eutanasia» aveva detto e quella stessa occasione gli servì per bollare il testamento biologico, allora in discussione, come una «scorciatoia per la “dolce morte”». Tra il 2008 e il 2009, durante il drammatico caso di Eluana Englaro, non esitò a definire la sentenza che autorizzava la sospensione di alimentazione e idratazione come già eutanasia, parlando apertamente di «omicidio» e sostenendo l'opportunità di un decreto governativo per fermarla. Un intervento durissimo, che divise l'opinione pubblica ma che Ruini non rimpianse mai. Poi, dieci anni dopo, nel 2019, presentando il libro “Eluana non deve morire”, di Eugenia Roccella, tornò ad attaccare la legge sul biotestamento, affermando senza mezzi termini che essa «introduce di fatto l'eutanasia, pur cercando di negarlo a parole». Inoltre, propose l'obiezione di coscienza per i medici come strumento di resistenza civile e denunciò la deriva come frutto della secolarizzazione e di una «cultura dei desideri che si pretendono essere diritti». In un'intervista al Corriere della Sera dell'ottobre 2020, rilasciata ad Aldo Cazzullo, salutò con soddisfazione il rinnovato «rifiuto dell'eutanasia» da parte della Santa Sede. Uno degli ultimi, accorati, interventi sul tema risale all'agosto 2025, quando - interpellato da diverse testate tra cui La Stampa e Il Foglio - lanciò un monito lucido e amaro sulla proposta di legge italiana in materia: «Sopprimere un'esistenza non potrà mai essere eticamente accettabile». E ancora: «Temo molto che, se si farà una legge, sarà purtroppo una cattiva legge perché vedo un'aggressività e una voglia di legittimare di fatto l'eutanasia». Il suo giudizio fu netto: «Meglio nessuna legge che una cattiva legge». E nel gennaio 2026, pochi mesi prima della sua morte, aveva ancora pubblicamente invitato la Chiesa a «prendere posizione sull'eutanasia».
La difesa della vita nascente
Sul tema dell'aborto, Ruini ha sempre tenuto fermo il principio della sacralità della vita dal concepimento, inserendo la questione tra i valori non negoziabili che la Chiesa non può abbandonare senza tradire se stessa. Al tempo stesso, ha mostrato un realismo politico raro tra i prelati della sua generazione: conscio dell'impossibilità culturale di un'abrogazione della legge 194/1978, ha scelto la strategia del miglioramento, dell'applicazione integrale e della difesa dell'obiezione di coscienza. Nel settembre 2007, alla Summer School della Fondazione Magna Carta a Frascati, lo disse con la sua consueta franchezza: «È non solo lecito, ma doveroso rivedere la legge 194 sull'interruzione di gravidanza». Spiegò che, per un credente, sarebbe meglio che quella legge non esistesse, ma riconobbe lucidamente che «non c'è una situazione culturale e politica per la sua abrogazione». Il suo obiettivo era dunque aggiornarla al progresso medico e scientifico, riconoscendo implicitamente che la scienza stessa è alleata della vita. All'inizio del 2008, inoltre, sull'onda della moratoria ONU sulla pena di morte, Ruini propose in modo provocatorio e profondo una moratoria sull'aborto, per «risvegliare le coscienze di tutti» e far capire «che il bambino in seno alla madre è davvero un essere umano e che la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano». Una dichiarazione che fece scalpore ma che condensava la sua visione: non ideologica, ma profondamente antropologica.
Successivamente, nel 2017, a proposito di alcune pratiche abortive nell'ospedale San Camillo di Roma, denunciò quello che definì «una forzatura abortista rispetto a quelle che sono la lettera e lo spirito della legge 194», ricordando che la legge «non aveva l'obiettivo di indurre all'aborto ma prevenirlo». Infine, in una delle sue ultime interviste al Corriere della Sera, espresse la speranza che la legge 194 venisse «finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e che la tutela della vita umana è un dovere», elogiando i centri di aiuto alla vita che «salvano tanti bambini».
Da Sassuolo alla CEI: una vita al servizio della Chiesa
Una vita, dunque, sempre in prima linea per il bene della Chiesa e degli uomini, nessuno escluso. Una vita che Camillo Ruini ha vissuto con totale fede e devozione. Nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, in provincia di Modena, nella diocesi di Reggio Emilia, crebbe in un'Italia che attraversò il fascismo e poi la guerra: esperienze che avrebbero segnato profondamente il suo carattere e la sua visione della storia. La sua formazione intellettuale fu di altissimo livello: filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana e all'Almo Collegio Capranica di Roma. Ordinato sacerdote l'8 dicembre 1954, tornò nella sua terra d'origine per insegnare filosofia nel seminario di Reggio Emilia e successivamente teologia dogmatica nello Studio Teologico Interdiocesano di Modena-Reggio Emilia. Furono anni di insegnamento, ricerca e radicamento pastorale che avrebbero costruito le fondamenta intellettuali del suo successivo magistero pubblico. La svolta arrivò nel 1983, quando san Giovanni Paolo II lo nominò vescovo ausiliare di Reggio Emilia: un riconoscimento delle sue qualità e l'inizio di un rapporto privilegiato con il pontefice polacco, che avrebbe segnato tutta la sua traiettoria successiva. Dal 1986 al 1991 ricoprì il ruolo di segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, apprendendo i meccanismi del governo collegiale della Chiesa italiana e preparandosi a responsabilità ancora maggiori.
Poi, nel 1991, sempre papa Wojtyła lo creò cardinale, assegnandogli il titolo di Sant'Agnese fuori le mura. Nello stesso anno ricevette una concentrazione di incarichi straordinaria: presidente della Conferenza Episcopale Italiana, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma e arciprete della Basilica di San Giovanni in Laterano, cui si aggiungeva il ruolo di amministratore apostolico di Ostia. Guidò la CEI per sedici anni consecutivi, dal 1991 al 2007: un record di longevità nella storia recente della Conferenza episcopale che testimonia l'autorità e la stima di cui godeva.
Nel 2005 partecipò al conclave che elesse Benedetto XVI, mentre nel 2008 si ritirò dagli incarichi operativi, diventando vicario generale emerito di Roma e arciprete emerito di San Giovanni in Laterano. Presiedette, tra il 2010 e il 2014, la commissione internazionale d’inchiesta sul fenomeno di Medjugorje e, come abbiamo raccontato, non si ritirò mai davvero dalla scena pubblica, civile, politica ed ecclesiale.