27/12/2021 di Manuela Antonacci

La testimonianza di Gianenrico Sordo e la sua vittoria sul cancro. Come la vita vince sempre

L’incredibile storia di Gianenrico Sordo, l’imprenditore della Valsugana che sta combattendo contro il cancro dal 2018, è ben nota in Trentino, ma in questi giorni ha voluto raccontarla anche a noi.

Dettagli che hanno dell’incredibile, a partire dal fatto che nonostante i medici gli avessero detto che non c’era davvero più niente da fare, se non aspettare la morte, Gianenrico, a distanza di quattro anni, è ancora vivo e racconta commosso, e lui stesso incredulo, il decorso straordinario della sua malattia.

Tutto è cominciato nel 2017, mentre già stava attraversando un periodo terribile, coinvolto in un procedimento penale, dal quale, in seguito, è stato totalmente assolto, momento da cui sono iniziati anche i suoi problemi di salute. Il 2 febbraio del 2018, in seguito ad alcuni sintomi sospetti, dopo un primo controllo gli viene riscontrato un cancro al colon. Così appena 11 giorni dopo, viene ricoverato al San Gerardo di Monza, dove gli viene asportato il colon discendente.

I primi di marzo, durante gli esami di controllo e la risonanza magnetica al fegato, gli vengono riscontrate una quindicina di metastasi: la diagnosi è senza speranza, metastasi al fegato inoperabile.

Ma una notte, mentre è nel pieno del suo smarrimento, sogna Padre Pio che gli ingiunge di recarsi da lui, il giorno dopo. Peraltro parliamo di un santo che Gianenrico non conosceva affatto, per questo il sogno gli appare davvero incredibile. Tuttavia, decide di accettare quanto sognato e si reca in viaggio fino a San Giovanni Rotondo, accompagnato dal braccio destro della sua azienda. Lì vive un’esperienza che definisce “inspiegabile”: recatosi in confessionale, ben oltre l’orario di chiusura, si ritrova di fronte ad un sacerdote che gli dice che lo stava aspettando. Nel raccontargli la sua esperienza dolorosa, ad un certo punto il frate lo interrompe e gli rivela di aver sognato, una notte, tutto ciò che gli sarebbe accaduto da quel momento in poi e gli rivela alcune cose future.

Dopo la confessione Gianenrico incrocia, fuori dalla chiesa, il suo compagno di viaggio, mentre lo cercava, il quale rimane sbigottito di fronte al fatto che fosse appena uscito dal confessionale, perché gli mostra come la struttura, dall’esterno, fosse effettivamente tutta chiusa, senza neanche una porta d’ingresso aperta. Un mistero. Tornato a casa, Gianenrico racconta di aver potuto verificare che tutto ciò che gli aveva rivelato il frate, si è verificato puntualmente. Ma non finisce qui, perché la sua trafila continua: dopo alcuni cicli di chemio viene operato a Milano e gli vengono asportati ben 8 pezzi di fegato e 15 metastasi. La sofferenza post operatoria si rivela profonda: gli avevano aperto dorsali, muscoli addominali, frantumate due costole per poter inserire le mani. Un periodo di una sofferenza indicibile. Dopo l’operazione risulta finalmente “pulito” come ha descritto lui stesso a Pro Vita & Famiglia. Dopodiché, però, seguono due ricoveri, a causa di due micronoduli polmonari, individuati come metastasi e dei versamenti pleurici.

Nonostante ciò, appena uscito dall’ospedale, riprende quasi subito a lavorare e a correre. Qualche tempo dopo viene sottoposto ad una lunga risonanza magnetica, durante la quale, accanto al macchinario, gli appare il santo di San Giovanni Rotondo che rimane lì per una ventina di minuti e in quel momento riceve la consapevolezza che la risonanza sarebbe andata bene. Un vero miracolo, nel suo caso.

La familiarità col santo non lo abbandona mai, come racconta commosso, in nessun momento della sua vita. E di fronte alla nostra domanda su ciò che, alla luce della sua esperienza, ha maturato in merito alla questione dell’eutanasia, non ha dubbio nel ribadire che la vita è talmente bella che è sempre degna di essere vissuta. Tuttavia in un primo momento ci confessa che avrebbe accarezzato l’idea della “dolce morte”: «Quando ho fatto la chemioterapia è stato l’unico momento in cui ho desiderato morire: avevo telefonato in Svizzera per informarmi sul suicidio assistito. Non riuscivo, infatti, più a stare in piedi, a muovere le gambe e le braccia, nemmeno a parlare perché mi si era paralizzata la lingua, non sentivo più perché mi si erano bruciate alcune cellule del timpano. Non volevo arrivare alla morte in quelle condizioni. Pertanto chiamai in Svizzera per informarmi sui costi del suicidio assistito e scoprii che il mio era uno di quei casi in cui l’avrebbero fatto. Nel tempo, invece, mi sono reso conto che non bisogna agire così e che “eutanasia” è una parola molto grave e importante. Io mi sono trovato in una situazione tale da desiderare di morire per porre fine alla sofferenza e faccio fatica a giudicare chi compie questo gesto estremo. Posso dire che questa malattia mi ha insegnato a soffrire con dignità, quindi alla fine la scelta di chiedere il suicidio assistito era sbagliata, anche se ci sono stati momenti veramente difficili da accettare, ad esempio quando mi sono operato non sopportavo l’umiliazione di essere pulito da qualcun altro: l’idea di essere dipendente da altri mi ha messo in crisi».

«Io, però – conclude - amo la vita e ho capito che bisogna fare di tutto per viverla fino in fondo, respirando a pieni polmoni, sentendo la pioggia che ci bagna il viso. Quindi credo che il gesto del suicidio assistito è veramente estremo. Bisognerebbe, piuttosto, lavorare, perché la gente venga messa nelle condizioni di apprezzare la propria vita e non arrivi a sentire la necessità di questo».

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