02/09/2020 di Luca Scalise

La testimonianza di Beatrice Fazi ad AgenSir: con l’aborto “muore una parte di te”

«Accompagnata da una mia compagna d’università al consultorio per il colloquio dissuasivo previsto dalla legge 194, la psicologa, fumando e chiacchierando con una collega mi ha chiesto: “Vuoi abortire? Sei sicura?”. Questo è stato il mio colloquio dissuasivo!», racconta Beatrice Fazi ad Agensir.

L’attrice, oggi moglie e madre di quattro figli, aveva circa vent’anni quando fece ricorso all’aborto volontario. Delusa dai genitori, dopo la loro separazione, iniziava a cercare altrove quell’amore e quelle attenzioni che non sentiva più rivolte nei suoi confronti.

«A diciotto anni sono arrivata a Roma piena di speranze. Ho cominciato a frequentare un collettivo universitario ribellandomi a ogni regola, nel tentativo di diventare una donna emancipata». E fu così che intraprese una relazione con un uomo sulla quarantina. Quando rimase incinta, lei era felice. Lui, invece, reagì dicendo: “C…o! E mo’ che fai?”.

“Che fai?” è la domanda che, purtroppo, tante donne si sono sentite rivolgere da uomini irresponsabili che le hanno abbandonate dopo aver ricevuto la notizia di una gravidanza indesiderata. Donne sole, ripudiate dal proprio compagno e magari anche con qualche problema economico sono davvero “libere” di abortire o, piuttosto, costrette a questo atto? Non meritano di essere aiutate a scegliere la vita?

«Così ho abortito ma da quel momento si è aperta in me una profonda ferita, un vuoto, una sorta di buco nero che mi inghiottiva, dilaniata dai sensi di colpa». Ora Beatrice, grazie alla fede ed ai suoi cari, è riuscita a perdonarsi, ma nonostante tutto nota come con l’aborto ci si faccia i conti tutta la vita: «riconosco in me una parte oscura che parla di morte, accovacciata alla mia porta e che ogni tanto mi fa sentire questo buio dentro».

Oggi, sceglie di parlare di questa sua esperienza, proprio per far sì che altre donne non soffrano come lei, specialmente ora che è divenuto possibile anche in Italia l’aborto farmacologico “fai da te” con la Ru486. «Ti illudono che con due pillole e un bicchiere d’acqua puoi eliminare il problema. Non ti dicono che se lo fai uccidi una parte di te e quella morte te la porti dentro tutta la vita. […] A chi vorrebbe abortire vorrei portare la testimonianza di donne che hanno deciso di dare alla luce figli anche frutto di violenza o gravemente malati».

A loro vorrebbe dire: «Non sentitevi sbagliate; cercate aiuto, anzi pretendete di essere aiutate. Confidatevi con chi può essere in grado di farlo, in famiglia o all’esterno, contattate un Centro di aiuto alla vita. Un figlio è un dono, un regalo magari inaspettato che forse non vorremmo ma poi ci rendiamo conto che è ciò di cui avevamo bisogno per la nostra vita».

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