10/09/2021 di Jacopo Coghe

La morte della Speranza

Attenzione. L’eutanasia non riguarda il “diritto di decidere come e quando morire”, ma il “diritto di decidere come e quando farsi uccidere da altri”. La differenza è abissale e cruciale. Non è una questione di libertà individuale, ma di ordine sociale e collettivo. “Eutanasia legale” significa che lo Stato - la società - sospende il divieto assoluto di omicidio, consentendo ad alcuni di uccidere altri. Di ammazzarli. 
 
Ti dicono: “Sì, ma solo in caso di sofferenze e dolori estremi e insopportabili di persone comunque destinate a morire in breve tempo”. Insopportabile è l’ipocrisia di questa bugia, propagandata ai quattro venti dal megafono del “progressismo” compassionevole. Chiunque capisce benissimo da solo che, se l’omicidio non sarà più vietato in assoluto, ed esisterà un “diritto di farsi uccidere”, allora non ci sarà nessuna autorità che potrà decidere se, come e quando questo diritto possa o non possa essere attivato. La soglia di sopportabilità della vita e delle sue amarezze è quanto di più soggettivo possa esserci. Non esisterà nessun “limite” oggettivo.
 
Facciamo un esempio. Prendiamo un quarantenne privo di qualsiasi malattia fisica. È fisicamente sano come un pesce. Ma è disoccupato da anni, o ha fallito sentimentalmente, ho il suo matrimonio è entrato in crisi. Non vede più i figli. Non trova più ragioni per vivere. Forse ha perso tutti i familiari, forse ha perso l’unico figlio, o ha genitori anziani e gravemente dementi, che non riesce a curare. Forse è tossicodipendente. Tutto si oppone alla sua realizzazione personale e alla sua aspirazione di felicità. Nella sua piena libertà, considera la sua vita ormai intollerabile in se stessa. Desidera farla finita, suicidarsi. Potremmo fare decine di esempi concreti, che si incarnano quotidianamente nella vita reale di milioni di persone.
 
Oggi, la società ha una e una sola risposta: aiutarlo con ogni mezzo (sociale, psicologico, economico…) a trovare le ragioni e la forza per continuare a vivere, mettendo a tacere le voci di morte che lo assillano. Domani, con l’eutanasia legale, questa non sarà più l’unica opzione. La società dirà al quarantenne perfettamente sano ma depresso: se vuoi, possiamo ucciderti noi. Sarà rapido e indolore. Sarà tutto sotto controllo, con un fiore fresco sul comò e le tendine di pizzo alle finestre. La mattina potrai mangiare il tuo piatto preferito. La sera sarai un cadavere in una bara. Basta solo compilare un po’ di burocrazia e sarà tutto finito. Sarai “libero”. Permettici di aiutarti. Permettici di ucciderti.
 
Quale pubblico ufficiale potrebbe guardarlo negli occhi e dirgli che il suo dolore, per lui lancinante, non merita l’eutanasia. Chi potrà pretendere da lui che debba continuare a soffrire per decenni, oppure risolvere la cosa per conto suo? Nessuno avrebbe una tale autorità su un tratto personale così intimo come la sofferenza. Ogni ansia, ogni angoscia, ogni sofferenza, amarezza e depressione potrebbe esigere il diritto di essere soppressa. Di qualsiasi natura ed entità.
 
Ovviamente, come sempre accade, la sola possibilità di poterlo fare incrementerà la probabilità che ciò avvenga. Il nostro quarantenne depresso, senza l’eutanasia legale, potrebbe avere qualche vago pensiero suicida. Con l’eutanasia legale, la tentazione della morte gli busserà insistentemente alle porte della mente dalla mattina alla sera, tanto che la sola possibilità di farsi uccidere sarà la vera ragione del perché, alla fine, avrà deciso di farsi uccidere.
 
L’eutanasia è stata da molti definita la morte del diritto.
È in realtà, molto peggio, la morte della stessa speranza.
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