09/08/2017

“La fine del sesso”. Pronostici allarmanti di H. T. Greely

Leggendo il titolo del saggio del luminare di Stanford Henry T. Greely – La fine del sesso – tornano alla mente i versi della famosa canzone degli Articolo 31, 2030: «[...] il sesso virtuale è più salubre in quanto che c’è un virus che si prende tramite il sudore e in novanta ore si muore, l’Hiv in confronto sembra un raffreddore... è un esperimento bellico sfuggito e il risultato è che nessuno fa l’amore».

Il riferimento non è forse culturalmente elevato, ma basta per dimostrare come siano anni che si parla della fine del sesso e ora i tempi sono forse maturi, anche se con sfumature diverse rispetto a quelle ritmate da J-Ax. A parlare di quanto accadrà nel prossimo futuro (si parla di venti, massimo quarant’anni) è appunto Greely, docente di legge e genetica a Stanford, nonché direttore del Center for Law and the Biosciences, recentemente intervistato per il quotidiano La Verità da Francesco Borgonovo (05.07.2017, p. 13).

“La fine del sesso”: non servirà più per generare figli

Interrogato dal giornalista, Greely spiega la sua teoria: «Penso che gli esseri umani continueranno a “fare sesso”, ma che credo anche che diventerà molto meno comune come mezzo per concepire bambini». La generazione sarà infatti sempre più affidata a pratiche quali l’inseminazione artificiale e la fecondazione in vitro, con innovazioni non secondarie: l’uomo produrrà lo sperma “alla vecchia maniera”, mentre la donna non sarà più costretta cicli di stimolazione ovarica, assai nocivi per la salute. In pratica «la donna darà un piccolo (2 millimetri) campione di pelle che verrà prima trasformato in cellule staminali pluripotenti indotte. Ovvero cellule che – come cellule staminali degli embrioni umani – possono essere trasformate in tutti i tipi di cellule ma, a differenza delle cellule embrionali umane, avranno lo stesso genoma (Dna) della futura madre. Poi queste cellule verrano trasformate in ovuli, tutti quelli che si vuole».

Selezione (eu)genetica, figli alle coppie omo e sesso sterile

Da qui sarà poi – ovviamente, sic! – possibile procedere con la diagnosi genetica preimpianto (PDG) ma anche selezionare le caratteristiche che si desiderano per il figlio: all’interno delle possibilità di combinazione dei caratteri del padre e della madre sarà infatti possibile per i genitori selezionare il sesso, il colore dei capelli, il tipo di fisico, etc. Il fatto che si possa ricorrere alle sole caratteristiche dei genitori – fatto salvo il ricorso all’editing del Dna – “salverà”, sostiene ancora Greely, dal fatto che prenda avvia un processo di sistema di “caste” genetico. 

Questo progresso nel campo della generazione apre anche a prospettive per le coppie omosessuali, dal momento che – prosegue il professore – «il processo possa essere modificato onde ottenere sperma dalle cellule femminili e ovuli dalle cellule maschili».

Lo scenario descritto da Greely prospetta dunque la definitiva separazione, dopo la diffusione della contraccezione, del sesso dalla generazione. L’atto di unione più alto e intimo tra due persone va così a perdere uno dei suoi connotati fondamentali, in un certo senso “svilendosi”.

Ai bambini chi ci pensa?

Inoltre, in tutto questo, nessuno pensa ai bambini: in primo luogo a tutti gli embrioni che vengono “sacrificati” per la vita di uno solo (“l’eletto”, “il migliore”...); ma anche quelli che nasceranno: come si può ritenere che il modo in cui sono stati generati – non con un atto d’amore, bensì in un luogo asettico, sterile – non influenzi il resto della vita, seppure in modo inconscio? E quante aspettative avranno su di sé questi bimbi iper-selezionati (il professore di Stanford ipotizza che saranno circa il 10-15% più sani di quelli nati da fecondazione naturale)? Ancora, come riusciranno questi piccoli ad affrontare il fatto che tanti loro fratellini sono stati uccisi al posto loro (non neghiamolo: dentro di sé lo sapranno, come lo sanno i figli della fecondazione artificiale)?

Le risposte a queste domande sarebbero semplici, se si volesse usare il buon senso. Invece, purtroppo, probabilmente a rispondere sarà la realtà di un’umanità sempre più sofferente e disorientata. 

Teresa Moro


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