Non accade purtroppo spesso, quando si tratta dei temi etici. Però qualche volta succede ancora – ed è illuminante, quando accade – che dai tribunali escano sentenze che profumano di di umanità, riflettendo quel diritto naturale così tante volte calpestato in questi anni. Rientra senza dubbio tra questi rari ma confortanti casi una importante decisione la Terza sezione della Cassazione, ordinanza n. 26826/2025 (Pres. Travaglini; Rel. Cricenti) con la quale si è stabilito - accogliendo il ricorso incidentale dei genitori e dei nonni di una bimba nata morta – come il danno derivante dalla perdita del feto, per malpractice sanitaria, sia assimilabile per la intensa sofferenza patita - al danno da perdita parentale e va risarcito applicando, senza tagli, le tabelle milanesi (schema di riferimento utilizzato nei tribunali italiani per calcolare il risarcimento del danno non patrimoniale, quale quello biologico, morale, esistenziale).
Genitori durante la gravidanza
Particolarmente rilevante, oltre alla notizia in sé, risulta anche l’osservazione fatta dalla Cassazione, la quale – richiamandosi a nozioni ampiamente acquisite a livello scientifico – ha rilevato come il «rapporto genitoriale viene ad esistere già durante la vita prenatale, per consolidarsi progressivamente nel corso della stessa, a prescindere dal fatto che il feto sia successivamente venuto alla luce». Questo perché, afferma la sentenza, «già durante la gravidanza il genitore comincia a viversi come tale, instaurando una relazione affettiva (oltre che strettamente biologica, da parte della madre) con il concepito, adeguando alla nuova situazione, al tempo stesso attuale e in fieri, la propria dimensione di vita». Di qui il cuore della decisione dei giudici, che hanno stabilito che «ove l’illecito abbia causato la morte del feto quella che si produce - in capo ai genitori - è, dunque, lesione di un rapporto familiare (non solo potenziale, bensì) già in essere».
La vita non è “potenziale”
Ora, va detto come questo pronunciamento non sia il primo in assoluto che abbia, per così dire, un tenore pro life. Basti qui ricordare come perfino la Corte Costituzionale - ribadendo l’esistenza di un diritto alla vita del concepito costituzionalmente garantito – si sia negli anni scorsi spinta ad affermare, in una propria sentenza (nel 1997) come «il diritto alla vita, inteso nella sua estensione più lata, sia da ascrivere tra i diritti inviolabili, essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana». Qua e là tra le pieghe di altri pronunciamenti, poi, sempre per la Cassazione è già ritornato il concetto che il figlio non ancora nato sia soggetto titolare di diritti. Tuttavia, quanto stabilito nelle 22 pagine della citata ordinanza n. 26826/2025 rappresenta davvero qualcosa di enormemente significativo. Anche perché, come già detto, fa peraltro del tutto a pezzi – richiamandosi «alla realtà, prima ancora che al diritto» - l’idea che la vita non ancora nata (o “nata morta”) sia solo qualcosa di «potenziale».
Sentenza apripista?
«Tutti gli aspetti, comportamentali e sofferenziali, di due genitori cui la vita infligge l'ardua prova rappresentata dalla morte di una neonata, ovvero del frutto del concepimento appena estratto dal corpo della madre», hanno infatti stabilito i giudici, «non possono, pertanto, considerarsi "danno potenziale" come tale avulso dalla costante, insanabile, implacabile dimensione del dolore genitoriale, risultando tale espressione, se così erroneamente interpretata, del tutto non conforme alla realtà, prima ancora che al diritto». Ora, al di là dell’impiego di espressioni che, per così dire, non entusiasmano (chiamare una persona «frutto del concepimento» non è il massimo, anche se in altri passaggi succitati si è più saggiamente impiegato il termine «concepito»), ciò che filtra anche da queste parole è assoluto buon senso. Per cui, se da un lato non si può che fare un plauso all’onestà intellettuale - e giuridica - della Terza sezione della Cassazione, dall’altro non resta che augurarsi che simili pronunciamenti possano fungere da apripista ad un pieno riconoscimento pubblico dell’umanità del concepito e, quindi, della disumanità dell’aborto. Aspettative eccessive? Chissà. L’esperienza statunitense di questi anni pare insegnare in modo convincente che la storia, a volte, può cambiare direzione.