24/12/2020 di Giuliano Guzzo

Justin Timberlake alimenta la propaganda transgender

«Sarà probabilmente uno dei ruoli più importanti della carriera d'attore di Justin Timberlake». Con queste decisamente entusiaste parole, Vogue ha deciso – per la verità in buona compagnia - di tirare la volata a Palmer, pellicola in uscita il 29 gennaio 2021 su Apple TV+ e che vedrà la celebre popstar tornare alla recitazione in un ruolo senza dubbio difficile e da protagonista. Peccato che, quanto è dato capire, il film si annunci come nuovo capolavoro della propaganda gender o, meglio, transgender.

Sì, perché, da quanto trapela dal trailer e dalle prime anticipazioni, la trama sarà centrata sul rapporto tra due figure problematiche o considerate tali: quella di Eddie Palmer (interpretato appunto da Timberlake) e del piccolo Sam (interpretato da Ryder Allen); il primo è una ex stella del football dal passato difficile e con un’esperienza carceraria alle spalle, il secondo un bambino alle prese con l'identità di genere, con l’identità sessuale maschile sembra non soddisfarlo dato che alla prima occasione assume pose femminili.

Insomma, il piccolo Sam - figlio della vicina di Palmer la quale però sostanzialmente lo abbandona – si sente una bambina pur essendo un bambino e l’ex detenuto diventa, nel giro di non molto, il suo migliore amico; il che, intendiamoci, è più che positivo considerando che, nel film, il piccolo è presentato come vittima di bullismo. Il punto però è che la chiave, sostanzialmente positiva, che questa piccola offre della disforia di genere, presentata come una criticità non da affrontare in qualche modo ma, al contrario, da assecondare. Ecco, tutto ciò non è affatto leale e corretto nei confronti dello spettatore.

Infatti, non secondo Pro Vita & Famiglia o qualche ideologo conservatore bensì secondo il DSM-V - il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali - fino al 98% dei bambini con confusione di genere e fino all’88% delle bambine con confusione di genere, alla fine, accettano il proprio sesso biologico dopo che attraversano naturalmente la pubertà. Dunque ci sono tutte le possibilità, statistiche alle mano, che il piccolo Sam accetti a breve di essere ciò che madre natura lo ha reso: un bambino di sesso maschio.

Invece, da quanto si capisce, Palmer  rovescia letteralmente la prospettiva mettendo tutti quanti nella condizione di dover accettare come dato pacifico la disforia di genere del piccolo protagonista del film. E questo sia in barba a DSM-V, sia ad un generale ripensamento che il mondo occidentale sta sperimentando proprio con riferimento ai bambini trans: il Regno Unito ha detto stop a terapie transgender e bloccanti della pubertà per gli under 16 senza, prima, il via libera di un giudice; il Royal Australian College of Physicians, interpellato dal suo governo, a marzo ha evidenziato che «le prove esistenti sulla salute e sugli esiti dell’assistenza clinica sono limitate».

Perfino in Svezia, una delle patrie del progressismo mondiale, dall’autunno 2019 i casi di minori con disforia di genere operati sono in forte calo a causa delle cautele sanitarie che si sono diffuse proprio con riferimento a farmaci e trattamenti ormonali per il «cambio di sesso». Perché, allora, mentre autorevolissime corti e fior di scienziati iniziano a considerare se non con preoccupazione certo con sospetto uno sguardo troppo disinvolto verso i cosiddetti bambini trans, il grande cinema rema in questa direzione proponendo storie evidentemente problematiche e volte a colpire emotivamente lo spettatore? Già misurarsi con questa domanda potrebbe essere un modo per arrestare l’avanzata di certa propaganda.

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