Istigazione al suicidio: si profila un metodo “;Exit”

L’attivista australiano Philip Nitschke (nella foto col suo kit per il suicidio), nonché fondatore del gruppo pro eutanasia #Exit International, è stato contestato da una donna, Candice, il cui padre è morto dopo aver ricevuto da lui una “;consulenza” sul suicidio.

Il padre di Candice aveva 60 anni era semplicemente depresso e non soffriva di alcuna malattia terminale.

«Ci sono giovani che sono morti, persone depresse. È sbagliato, è totalmente irresponsabile, è un medico, è sbagliato. Si scusi per quello che è successo a mio padre. Le informazioni che pubblica uccidono le persone che non sono in uno stato mentale razionale per prendere quella decisione», gli ha urlato durante un convegno organizzato per promuovere le attività dell’associazione.
Nitschke è stato coinvolto in molte vicende controverse di morti per suicidio ed è stato radiato dall’Ordine dei Medici nel 2015 per il suo coinvolgimento in diversi suicidi “;assistiti” poco chiari.

Recentemente ha anche creato un servizio video che consente di poter seguire in diretta le persone quando si uccidono. Tutti sanno che questo scatenerà l’effetto Werther: si moltiplicheranno a catena i suicidi di coloro che imiteranno il malcapitato che ha fatto lo show.

Un caso molto simile, e forse anche più grave, vista la giovane età della vittima, è successo in Italia nel marzo scorso: su questo portale ne abbiamo parlato qui. Riepiloghiamo per chi non avesse letto.

Alessandra Giordano, una giovane donna di Paternò depressa per la morte del padre e sofferente per una nevralgia cronica, la Sindrome di Eagle, si è suicidata in Svizzera presso una “clinica” di Dignitas, associazione per il suicidio assistito collegata al ramo europeo di Exit.
Anche in questo caso la sua malattia non era né letale né invalidante nè incurabile.
La famiglia aveva cercato di impedire il suicidio arrivando a chiamare la clinica e spiegando lo stato di prostrazione psicologica in cui si trovava Alessandra, profilando una incapacità a prendere una decisione del genere in autonomia, purtroppo senza risultato.

Dopo la sua morte sono iniziate delle indagini, doverose, e, tra i documenti della donna, è stata trovata una copia del periodico che viene inviato ai soci di Exit.
All’interno si poteva leggere un articolo di Emilio Coveri, Presidente di Exit Italia, con un dettagliatissimo racconto, risalente al gennaio 2018, in cui riferiva di una telefonata intercorsa con una certa Alessandra di Paternò.

Coveri scrive: «È sola e i suoi parenti non accettano che lei voglia andare a morire in Svizzera. Ogni tanto lei mette davanti il fatto che è credente» ma, come racconta l’uomo trionfante nell’articolo, dopo una lunga telefonata con lui, gli conferma di aver cambiato idea e di aver deciso per il suicidio assistito.

Inoltre nel carteggio mail che Alessandra ha intrattenuto con Dignitas sembrerebbe che le siano state fornite informazioni riguarda al metodo da seguire per far modificare la documentazione medica e poter così accedere ai servizi della struttura elvetica che altrimenti, con la sua reale situazione clinica, le sarebbero stati preclusi.
Per questo ora il reato ipotizzato dagli inquirenti per Coveri è quello dell’istigazione al suicidio, lo stesso per cui è incriminato Marco Cappato per quanto fece nel caso di Dj Fabo morto anche lui presso una “clinica” Dignitas.

La “strana coincidenza” è che ora più famiglie, da differenti parti del globo, accusino Exit dello stesso stesso comportamento. Si configura quindi un metodo Exit a fronte del quale chi si rivolge a loro inevitabilmente sceglie la via del suicidio?

In Italia, al momento, pende la spada di Damocle della Corte Costituzionale che il 24 settembre prossimo deve pronunciarsi relativamente alla incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale che recita: «Chiunque determina altrui al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima [c.p. 29, 32, 50, 583]. Le pene sono aumentate [c.p. 64] se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore di anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio [c.p.p. 575, 576, 577]».

Questa situazione si configura a seguito dell’introduzione, nell’ordinamento giuridico italiano, della legge 22 dicembre 2017, n. 219, Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento DAT, che sancisce l’obbligo di rispettare le decisioni del paziente, anche quando ne possa derivare la morte garantendo la possibilità per il singolo individuo di poter esprimere «Il rifiuto (non inizio) o la rinuncia (interruzione) riguardo tutti gli accertamenti diagnostici e i trattamenti sanitari, tra i quali la legge include l’idratazione e la nutrizione artificiali».

Il rafforzamento al diritto dell’autodeterminazione individuale, indipendentemente dalle opinioni personali in merito, si configura ora come un lasciapassare per introdurre forzatamente l’eutanasia in Italia.
La Corte ha lasciato uno spazio temporale esiguo al Parlamento affinchè possa legiferare in materia e, ad oggi, con la crisi di governo in atto, sarà difficile  riuscire a calendarizzare una discussione parlamentare che porti ad un risultato serio su questi temi.
(Non che prima della crisi la situazione fosse più semplice, comunque).
Con Steadfast Onlus e altre organizzazioni abbiamo costituito un gruppo di lavoro, Polis Pro Persona, che sta svolgendo attività di pressione politica e mediatica con lo scopo di risvegliare le coscienze sopite.

Emmanuele Di Leo

Presidente Steadfast Onlus

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