19/02/2021 di Manuela Antonacci

Intervista ad Hanieh Tarkian, la docente di Studi Islamici che in Italia combatte per i valori della Vita

Dell’aborto oggi si scrive e si parla molto e possiamo considerarlo un bene, se si pensa che, in un tempo neanche troppo lontano, questo tema era considerato di pertinenza quasi esclusiva di medici e moralisti.

Una battaglia, quella per la vita, che ci spinge ad indagare e riflettere sulla radice stessa della nostra esistenza, portando ad interrogarci sulle responsabilità umane di fronte a un evento straordinario quale è la vita. Per questo noi di Pro Vita & Famiglia, ci sentiamo chiamati pienamente in causa, sentendoci coinvolti in questo dibattito, al punto da promuovere campagne mediatiche ad hoc, che sottolineino la verità sull’esperienza dell’interruzione di gravidanza che mira semplicemente a sopprimere la vita umana e non a salvaguardare un presunto “diritto”.

Non a caso, questa azione mediatica pro life, trova spesso impedimenti o tentativi di censura da parte di chi ha tutto l’interesse a nascondere la verità su certi temi. Ciò è avvenuto anche per l’ultima campagna in cui, in realtà, veniva proposto un messaggio non di denuncia tout-court, ma semplicemente affermativo «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stopaborto», per mostrare un’evidenza e cioè che non esiste il diritto di uccidere una persona umana. Una battaglia di ragione che ProVita& Famiglia condivide anche con esponenti di altre fedi religiose.

Infatti, stavolta, abbiamo voluto parlarne anche con la dottoressa Hanieh Tarkian, italo-iraniana, presidente dell’Associazione culturale "il Salvatore atteso", gestita da donne musulmane, che si è avvicinata a questi temi, seguendo le attività delle organizzazioni come Pro Vita & Famiglia, partecipando anche al Family Day nel 2016 con la sua famiglia e che ha approfondito la questione dell’utero in affitto dal punto di vista etico-islamico, tramite la sua tesi di Master in Etica applicata.

 

Dottoressa Hanieh Tarkian, innanzitutto ci piacerebbe che ci spiegasse meglio ciò che l’ha spinta ad approfondire le questioni inerenti i cosiddetti “temi sensibili” (aborto, utero in affitto ecc.) e il suo pensiero critico a riguardo

«Sono tornata a vivere in Italia nel 2015, dopo un periodo all’estero per completare una parte dei miei studi presso un seminario islamico, dove venivamo incoraggiati a partecipare a iniziative di dialogo e cooperazione interreligiosa. In realtà questo mio interesse è naturale avendo parenti cattolici ed essendo cresciuta in Italia, paese a maggioranza cattolica e probabilmente uno dei pochi in cui si lotta ancora con decisione per determinati temi. Al riguardo una delle figure che attirarono la mia attenzione fu Costanza Miriano, comprai il suo libro “Sposati e sii sottomessa” e rimasi piacevolmente colpita dalla sua fede e da come trattava temi così importanti come la sacralità della famiglia, questo pian piano mi portò ad approfondire maggiormente le questioni a cui le associazioni di ispirazione cattolica si dedicano, in particolare mi interessava il tema dell’utero in affitto e del transumanesimo in generale, a cui dedicai poi la mia tesi di Master in Etica applicata. Infatti, nonostante alcune differenze tra la visione islamica e quella cattolica, entrambe incoraggiano la vita e considerano la famiglia il fulcro della società, purtroppo però la visione progressista e ultralaicista, diffusasi prima in Occidente ma ora anche nei paesi islamici, ha completamente trasformato le società e deteriorato il ruolo della famiglia e soprattutto della donna nella società. I primi movimenti che hanno tentato di concedere diritti e dignità alla donna hanno avuto in realtà il più paradossale dei fini: hanno chiesto che la donna diventasse come l’uomo, cioè “il diventare uomo” è diventato uno scopo per la donna, come se lei non fosse già di per sé qualcosa di valore, come se quello che già faceva e il ruolo che deteneva nella società non avessero alcuna importanza. Non mi si fraintenda, certamente la considerazione della donna che si aveva in passato andava rivista, certamente vi era la necessità di ottenere più diritti per la donna, ma non è facendo della donna un uomo che si raggiunge questo scopo, anzi per quanto mi riguarda il “considerarsi realizzata solo quando potrà fare tutto quello che fa un uomo” la considero la più grande offesa per una donna, è veramente un paradosso di certi movimenti femministi. Basta guardarsi intorno per capire come la realizzazione della donna viene da molti vista come il fare carriera, quando in realtà non è nemmeno la realizzazione dell’uomo. L’emancipazione delle donne in un determinato Stato viene valutata in base al numero delle lavoratrici donna, al numero dei rappresentanti donna che siedono in parlamento; sia chiaro, non ho niente in contrario a tutto ciò, ma è il tipo di valutazione che ci stanno offrendo che voglio sottolineare.Uomo e donna sono diversi, questo parolone “diversi”, ogni volta che viene pronunciato sembra quasi che si stia offendendo l’altra persona, quando invece notiamo che nella creazione di Dio ogni cosa differisce dall’altra, ed è proprio una delle espressioni della Sua bellezza, Iddio è perfetto e la Sua creazione è perfetta. Le differenze tra uomo e donna sono proprio espressione di questa bellezza e il fatto che si possono completare a vicenda è uno dei più grandi doni divini. Molto di ciò che è stato fatto fino ad ora per dare dignità e diritti alla donna, anche se come ho detto in determinati casi necessario, ha degenerato portando a molta confusione: si è perso completamente il senso del maschile e del femminile, si è persa la consapevolezza di quali siano le facoltà, le attitudini e le potenzialità dell’uomo e della donna. Anche quelle che sono state presentate come lotte per dare dignità alla donna, come il “diritto all’aborto”, che con il passare del tempo si è trasformato in un vero e proprio incoraggiamento ad abortire perché “il corpo è mio e me lo gestisco io”, non fanno altro che alienare la donna dalla sua natura, alla fine è questo lo scopo: alienare uomo e donna dalla loro identità, l’unica rimasta, avendo ormai messo in discussione e quasi distrutto, grazie a globalismo e mondialismo, qualsiasi tipo di identità culturale o religiosa. Vorrei precisare che io non sostengo che la realizzazione della donna avvenga solo e unicamente attraverso la maternità, esistono certamente anche altre vocazioni, ma è indubbio che una delle inclinazioni della donna sia quella di accogliere la vita, a meno che non venga martellata quotidianamente e convinta del contrario come avviene con la propaganda progressista e ultralaicista».

Cosa ne pensa dell’ultima campagna di Pro Vita & Famiglia? C’è chi ha cercato di censurare i manifesti o ne ha impedito l’affissione (come è avvenuto in Calabria) sostenendo che andavano a ledere un diritto imprescindibile delle donne, una sorta di “conquista di libertà” su cui, come affermano spesso anche i collettivi femministi, “non si può tornare indietro”. E’ davvero così? Quanto è “a favore” della donna una visione simile della maternità e della vita nascente?

«Qui ci sono, secondo me, due aspetti da sottolineare, il primo è il paradosso della libertà d’espressione quando la visione progressista e ultralaicista diventa egemone: sei libero di pensare, l’importante è che pensi come vogliono le élite mondialiste e progressiste, se vuoi esprimere qualcosa di diverso, vieni censurato, etichettato, a volte anche minacciato. Il secondo aspetto riguarda la visione della maternità: come sottolineavo prima, non voglio affermare che la donna possa realizzarsi solo attraverso la maternità, tuttavia è chiaro, anche razionalmente, che nella società si debba promuovere una visione volta a favorire, aiutare, sostenere e incoraggiare la vita, e non la così detta cultura della morte. Le donne se si trovano in difficoltà vanno aiutate e sorrette nel fare la scelta veramente giusta, sia per se stesse che per la società, una visione individualistica ed egocentrica, se poi sostenuta da una falsa propaganda di libertà, non può che essere a svantaggio della donna. Perché è visto in modo così negativo la necessità di informare le donne riguardo alle controindicazioni, sia di tipo fisico che psicologico, dell’aborto? Eppure anche per legge ciò è previsto, mentre invece notiamo un’assoluta superficialità riguardo all’argomento. Oggi si parla tanto di “diritti”, spesso anche a sproposito (pensiamo a certe “rivendicazioni” basate su una visione antropologica, totalmente staccata dall’oggettività del dato di natura). Un martellamento, anche a livello mediatico di “pretese” che stanno portando ad una sorta di “dittatura dei desideri”, in cui per diritto si intende ciò che vuole il soggetto, senza preoccuparsi che coincida anche ciò che è buono ed è giusto. Tutto ciò sembra, oggi produrre una sorta di “accecamento” generale, in cui i media giocano pesantemente la loro parte. E’ forse questo il motivo per cui le campagne come quelle di Pro Vita & Famiglia suscitano tanta rabbia e tanti tentativi di censura? Si ha forse paura di un risveglio delle coscienze, di far conoscere la verità? Esatto, la verità alla fine vince, sempre, per questo l’unico mezzo per fermarla rimane la censura. Esistono delle verità che corrispondono alla realtà delle cose e a ciò che è giusto. Si è cercato in vari modi di imporre un relativismo morale, tuttavia la natura umana è profondamente legata alla verità, ha un’inclinazione innata verso la verità, per questo parliamo di risvegliare le coscienze, e ciò è possibile, anche razionalmente, se non si viene censurati, e se ci viene data l’opportunità di spiegare le motivazioni per incoraggiare la cultura della vita invece della morte, questa è la vera libertà, questo è il vero interesse e diritto dell’essere umano: conoscere la verità. L’essere umano ama profondamente se stesso, ed è giusto che sia così, poiché questo amore lo sostiene nel ricercare ciò che è veramente nel suo interesse, tuttavia questo amore per sé non dev’essere confuso con l’inclinazione a soddisfare desideri egoistici, perché l’essere umano non è un singolo che vive distaccato dalla società, ma è legato ad essa e agli altri individui, pertanto perché prendere in considerazione ed evidenziare solo il diritto della donna di abortire ma non quello del bambino di nascere? Perché sostenere con forza i diritti individuali ma non gli interessi sociali come il sostegno, di qualsiasi tipo, alla famiglia e alla vita?»

Parliamo brevemente della penultima campagna di ProVita & Famiglia, in cui con un’immagine di impatto, si cercava di denunciare l’effetto devastante sia dal punto di vista psichico che fisico della pillola abortiva, presentandola come la mela avvelenata della favola di Biancaneve ingerita da una donna riserva sul pavimento, senza nessuno accanto a soccorrerla. C’è chi ha alzato la voce contro questo manifesto, affisso in tutta Italia, definendolo “violento”. Ma non è forse l’esperienza stessa della pillola abortiva, di cui, oggi, la donna può fare esperienza tutta sola, a casa, assistendo persino al trauma dell’espulsione del frutto del suo grembo, ad essere violenta di per sé? Non c’è forse un atteggiamento un po’ ipocrita alla base di questo stracciarsi le vesti da parte di chi dissente da questo messaggio?

«Assolutamente sì, l’ipocrisia della propaganda pro-aborto è chiara: perché si ha paura di informare le persone delle conseguenze della pillola abortiva? Mettendo anche da parte la fede, perché non dovrebbe essere data la possibilità di esprimere opinioni contrarie all’aborto e soprattutto di informare sulle sue conseguenze? Non è questa una violazione della donna? Non è questo il contrario della tutela della donna che viene così spesso sbandierata? Perché hanno paura di tutte quelle iniziative che offrono una visione differente dell’aborto, della famiglia e della vita? Perché conoscono bene il potere dell’impatto mediatico e vogliono sia gestito solo e unicamente da loro, solo il loro messaggio deve passare. Perché offendere una donna non è corretto solo quando si tratta di chi è pro-aborto mentre invece non pare ci siano obiezioni quando si tratta di denigrare donne attive nel promuovere la battaglia pro-vita?».

Lo scrittore e giornalista Gilbert Keith Chesterton, già all’inizio del secolo scorso preannunciava “fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Profetizzando quasi, questi tempi di obnubilamento mentale e spirituale, in cui sembra che per molti sia difficile cogliere persino l’evidenza del reale. Un antidoto può essere quello di tenere deste le coscienze mostrando come la battaglia su questi temi, sia innanzitutto basata su un retto uso della ragione e per questo la trasversalità dal punto di vista religioso nel portare avanti la causa, diventa un elemento essenziale e in questo senso, di “testimonianza”?

«Concordo, come accennavo prima, l’intelletto dell’essere umano è intrinsecamente legato alla verità, è quindi possibile e doveroso tenere deste le coscienze, utilizzando anche semplici argomentazioni razionali e incoraggiando la cultura della vita e della salvaguardia della famiglia quale fulcro essenziale della società. Se come individui vogliamo avere una vita felice, dobbiamo essere in grado di costruire una società che possa accogliere la vita, e questo indipendentemente dal fatto che siamo credenti oppure no, su questa base possiamo creare una rete di collaborazione tra individui e organizzazioni per la vita, coinvolgendo anche quelli all’estero, perché purtroppo la cultura della morte si sta diffondendo anche nei paesi non occidentali, anche nei paesi islamici. Insieme possiamo così costruire comunità e società vive, nel vero senso della parola, non quelle di cui sono promotori i così detti buonisti: società che con falsi slogan portano avanti la cultura della morte attraverso l’incoraggiamento all’aborto, all’eutanasia, al liberarsi delle categorie sociali deboli, a una vita individualistica ed egocentrica, dove importa solo ciò che la propaganda della cultura della morte mi fa credere essere un “mio diritto”».

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