27/01/2018

Ines, 14 anni, per la CEDU ha il “dovere umano” di morire

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la CEDU di Strasburgo, organo del Consiglio d’Europa, non dell’Unione Europea, ha stabilito che non c’è più il diritto alla vita, tra i diritti umani, ma il “dovere di morire”.

Una ragazzina di 14 anni in Francia  (di cui abbiamo parlato qui) sarà uccisa per fame e sete, perché la CEDU ha respinto il ricorso dei genitori: come quelli di Charlie Gard, così i genitori di Ines hanno disperatamente lottato con giudici e burocrazia che hanno deciso che Ines non ha una vita degna di essere vissuta.

Ines ebbe un arresto cardio circolatorio nel giugno 2017. Un mese dopo i medici  hanno detto che andava lasciata morire perché non c’è più niente da fare. Dopo ricorsi e controricorsi, la CEDU ha pontificato che la decisione dei giudici francesi e la legge Leonetti sulla quale si basa sono in linea con il trattato di Londra e le sue successive modificazioni: contro il volere dei genitori, che sostengono che la ragazzina in certi momenti è cosciente, le verranno tolti cibo, acqua e respiratore, e la poveretta morirà di fame e di sete o soffocata. Come Eluana Englaro. Come Terri Schiavo. Come Charlie Gard. E come chissà quante persone – giovani, vecchi e bambini – sono state e saranno fatte fuori perché qualcuno ha deciso per loro che continuare a dar loro da mangiare e da bere, aiutarle a respirare è “accanimento terapeutico”.

Per la CEDU va bene così.

Per gli eutanasisti anche: in nome dell’autodeterminazione? Ma la povera Ines, come il povero Charlie,  hanno chiesto loro di voler morire? Hanno sottoscritto le DAT? No. Qualcuno ha deciso per loro. Persino contro la volontà dei genitori.

Dio li perdoni.  Dio ci perdoni.

Redazione


Qualche dettaglio sulla vicenda e qualche riflessione sulla questione, sempre puntuale, razionale  e pertinente, da parte di Assuntina Morresi su Avvenire.

La vicenda ricorda, seppure alla lontana, quella di Charlie Gard, il bambino inglese affetto da un male attualmente inguaribile (ma non incurabile), e perciò considerato «senza qualità di vita», a cui i medici hanno interrotto la respirazione artificiale dopo aver negato un pur arduo tentativo di terapia sperimentale, perché il «massimo interesse» del piccolo, gravemente malato, secondo loro era ormai solo quello di morire. Il tutto contro la volontà dei genitori, che avevano chiesto l’opposto di quanto poi è avvenuto e hanno rinunciato al tentativo di trattamento solo di fronte alla inesorabile degenerazione del male durante le lunghe settimane di guerra legale ingaggiata dai sanitari.

La situazione clinica di Inès appare meno grave: l’adolescente non ha una malattia letale, è in stato vegetativo, cioè è gravemente disabile, ma non è in prossimità della morte. La respirazione e la nutrizione artificiale sono ancora efficaci, cioè le consentono di respirare e di alimentarsi, e non sono gravose. Inès, cioè, è viva (non è diagnosticata la cosiddetta ‘morte cerebrale’) e i suoi genitori vogliono prendersene cura: «È nostra figlia, non figlia dei medici», hanno più volte protestato.

Quella di Inès è l’ennesima, tragica dimostrazione di cosa può accadere quando i trattamenti di sostegno vitale, compresi alimentazione e idratazione artificiale, vengono considerati sempre e comunque ‘terapie’, e rifiutarli diventa un diritto esigibile: esattamente quello che prevede la legge francese e, adesso, anche quella italiana, dopo l’approvazione delle norme sul cosiddetto biotestamento.

Se mangiare e bere diventano una ‘cura’ quando uso un sondino e non un cucchiaio o un bicchiere, allora posso rifiutare di ‘curarmi’ e soprattutto esigere che quel sondino sia staccato, anche se funziona. Cioè posso esigere di essere lasciato morire dai medici: il diritto a morire (perché senza mangiare né bere muoiono tutti, sani e malati), mascherato da diritto al rifiuto delle cure, diventa equivalente al diritto a vivere e a farsi curare. Scegliere di vivere e di morire hanno lo stesso valore. Ma c’è un altro messaggio, fortissimo: il diritto diventa esigibile quando la nutrizione avviene con un dispositivo, anche se molto semplice. Cioè quando è evidente che il mio corpo non è più autonomo, quando non è più in grado di assolvere le funzioni più elementari, come deglutire.

È quello il confine, indicibile ma chiaro, stabilito per legge: se la tua vita dipende da altri nelle funzioni più semplici – perché dipendere da una ‘macchina’ significa dipendere da altri, che in questo caso si servono di un sondino anziché di un cucchiaio – vivere potrebbe essere una «ostinazione irragionevole», e puoi chiedere di morire. È il diritto a morire (e la possibilità di infliggere la morte) in mancanza di autonomia.

(Ma nel caso di Ines, la poveretta non ha chiesto di morire, né lei, né i suoi rappresentanti! ndR)

Una volta digerito, il concetto si estende alle prassi e ai protocolli medici: ci sono vite ‘troppo’ dipendenti, che non vale la pena siano vissute, e il rifiuto di ogni accanimento terapeutico, nato per situazioni di inappropriatezza clinica in prossimità della morte, viene stravolto ed esteso a condizioni totalmente diverse, di fragilità e disabilità. Così di Inès veniamo a sapere solo quando chi la ama ha la forza di gridare ‘No!’.


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